Il pellegrinaggio a San Pedro: mito, giovinezza e disincanto nel culto di Bukowski

31.12.2025

Ci sono viaggi che non appartengono alla geografia, ma alla mitologia personale. Non sono spostamenti nello spazio: sono passaggi di stato. Si racconta uno di questi viaggi: un pellegrinaggio laico verso un idolo letterario, compiuto da tre ragazzi italiani che attraversano l'America del 1979 come se stessero attraversando la propria adolescenza. È un racconto che parla di Bukowski, certo. Ma soprattutto parla di noi, di ciò che cerchiamo negli altri quando non sappiamo ancora chi siamo.



L'America come miraggio iniziatico

Il viaggio Bologna–Bruxelles–New York–San Francisco–Los Angeles non è solo un itinerario: è un rito di passaggio. È l'America vista con gli occhi di chi ha vent'anni: un continente mentale, un orizzonte di possibilità, un luogo dove i miti letterari sembrano più reali delle persone.

La Capital Airlines che traballa, il Greyhound che attraversa il continente, l'autostop con il cartello "Why not?": tutto è impregnato di un romanticismo sgangherato, di quella leggerezza che solo la giovinezza può permettersi.

È un'America che non esiste più — e forse non è mai esistita davvero — ma che continua a vivere come archetipo del possibile.

Bukowski come figura totemica

Per quei ragazzi, Bukowski non è uno scrittore: è un mito di sopravvivenza. Un santo patrono degli sconfitti, un profeta dell'eccesso, un maestro di vita alcolica e disperata.

Eppure, ciò che li attira non è la sua volgarità, né la sua miseria, né la sua sporcizia. Li attira la sua autenticità radicale.

Bukowski è l'anti-eroe che non finge, non edulcora, non si giustifica. È l'uomo che ha trasformato la propria vita in letteratura senza mai smettere di essere un uomo.

Per dei giovani immersi in assemblee politiche, ideologie, slogan, utopie collettive, Bukowski rappresenta l'esatto opposto: la verità nuda, individuale, non negoziabile.

La porta che si apre: l'epifania del reale

Il momento in cui la porta si apre e appare Bukowski in costume da bagno è un istante di rivelazione. È il punto in cui il mito incontra la carne. E la carne non delude.

Non c'è posa, non c'è teatralità, non c'è distanza. C'è un uomo stanco, burbero, ospitale, che chiede birra prima ancora di dire "entrate".

È un incontro che smonta il mito senza distruggerlo. Anzi: lo rende più vero.

Perché il mito, quando è autentico, non vive nella perfezione, ma nella coerenza tra ciò che si è e ciò che si scrive.

La casa come autoritratto

La casa di Bukowski è un autoritratto involontario:

  • l'erba alta

  • la frutta marcia

  • la BMW nuova

  • i gatti che dormono

  • gli scaffali pieni solo dei suoi libri

  • le sigarette indiane

  • la birra che scorre come un fiume lento

È un luogo che non cerca di impressionare. È un luogo che accoglie senza sedurre. È un luogo che dice: "questa è la mia vita, prendila o lasciala".

E i ragazzi la prendono. La bevono. La respirano. La trasformano in memoria.

Il mito come strumento di orientamento

Il vero centro filosofico del racconto è questo: non si va da Bukowski per incontrare Bukowski. Si va da Bukowski per incontrare se stessi.

Ogni mito funziona così. È una proiezione, un'ipotesi di identità, un faro che illumina ciò che potremmo essere.

Bukowski, per quei ragazzi, è:

  • la libertà che non hanno

  • il coraggio che desiderano

  • la sfrontatezza che li affascina

  • la solitudine che li spaventa

  • la scrittura come destino possibile

E quando finalmente lo incontrano, scoprono che il mito non è un dio: è un uomo. E proprio per questo continua a essere un mito.

L'ubriachezza finale: non di birra, ma di rivelazione

La danza attorno alla macchina, due isolati più in là, è il gesto più poetico del racconto. Non è un'esultanza infantile. È un rito di liberazione.

È il momento in cui capiscono che il viaggio non è stato inutile, che il mito non è crollato, che la realtà non ha tradito l'immaginazione.

Sono ubriachi, sì. Ma non di alcol. Sono ubriachi di senso.

Di quella sensazione rara e preziosa che si prova quando la vita, per un istante, coincide con ciò che avevamo sognato.

Il ritorno e la scrittura: il mito che genera destino

Il fatto che l'autore del prologo diventi poi giornalista, che traduca Bukowski, che pubblichi la sua prima "corrispondenza" dall'America, è la prova definitiva: i miti non servono a essere imitati. Servono a essere superati.

Bukowski non gli ha insegnato a vivere come lui. Gli ha insegnato a vivere per conto suo.

E questo è il dono più grande che un mito possa fare.

Questo prologo non è solo un ricordo. È un manifesto generazionale. È la testimonianza di un'epoca in cui i miti erano ancora di carne, non di pixel. In cui per incontrare un autore bisognava attraversare un continente, non cliccare un link. In cui la letteratura era un passaporto, non un algoritmo.

È un racconto che ci ricorda che la giovinezza non è un'età: è un modo di credere. E che i miti, quando sono veri, non servono a fuggire dalla realtà, ma a entrarci più profondamente.


Suonai il campanello con trepidazione. Passò un minuto. Ne passò un altro. Le cicale cantavano, il sole picchiava, dalla casa non veniva alcun segno di vita. Poi, quando stavamo per andarcene, si sentì un rumore. Un istante dopo la porta si aprì e apparve un uomo di circa sessant'anni, in calzoncini da bagno. A parte quelli, era nudo dalla testa ai piedi. Non disse niente: si limitava a guardarci con diffidenza. La mia fu una domanda ridicola, poiché non avevo il minimo dubbio sulla sua identità.

«Are you Charles Bukowski?».

Rispose a sua volta con una domanda.

«Why?».

Era l'agosto del 1979. Un mese prima eravamo partiti per l'America, Gionata, Piero ed io. Bologna-Bruxelles in treno, con un biglietto da diecimila lire, acquistato presso i falsari del movimento studentesco che aveva portato indiani metropolitani, cani sciolti e Autonomia Operaia all'onore delle cronache. Bruxelles-New York in volo charter, su una carretta con le ali della Capital Airlines. New York-San Francisco in Greyhound, il leggendario autobus con il levriero sulle fiancate che trasportava milioni di americani squattrinati da un capo all'altro degli Stati Uniti. San Francisco-Los Angeles in autostop lungo la costa del Pacifico, in omaggio al mito di On the road. Sul rudimentale cartello che tenevamo fra le mani, invece di «Los Angeles», avevamo scritto «Why not?»: gli automobilisti cominciavano a ridere passandoci accanto e subito dopo frenavano, per darci un passaggio.

Oltre e più di Kerouac, c'era un altro mito americano nel nostro piccolo gruppo di amici bolognesi: Bukowski. Che cosa c'entrasse uno scrittore sporcaccione, ubriacone e nichilista con noi studenti più o meno rivoluzionari non mi era immediatamente comprensibile, ma non era certo l'unica eresia ideologica di un movimento che aveva tra i suoi slogan l'avvento di un comunismo 'giovane e felice'. Fatto sta che da quando alla libreria Feltrinelli sotto le Due Torri apparve il primo libro di Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia (sottotitolo: Erezioni eiaculazioni esibizioni), tra noi e lo scrittore sporcaccione sbocciò un amore a prima vista. La copertina del libro, in cui l'autore era ritratto in compagnia di una battona e di una bottiglia, divenne il poster ufficioso della combriccola. Di giorno, passavamo ore in assemblee scoppiettanti come un teatrino dell'assurdo a discutere di esami collettivi e grande disordine sotto il cielo. Ma la sera ci ritrovavamo in un bar fuoriporta dall'insegna al neon, dall'atmosfera vagamente americana e con una barista oggetto non tanto oscuro dei nostri desideri, per bere «whisky con acqua», come faceva Bukowski, in alternativa alla birra, nei suoi romanzi apertamente autobiografici che divoravamo uno dopo l'altro: Taccuino di un vecchio porco, Factotum, Post Office. A quel punto nessuno di noi lo chiamava più Bukowski, bensì 'il vecchio Buk'. Cose che succedono, quando hai vent'anni. Dopo non succedono più.

Fu così che nell'estate del '79, presa la decisione di vedere da vicino il Sogno Americano, un terzetto di inseparabili compagni di studi, manifestazioni e bisbocce incluse tra gli obiettivi del viaggio una visita al vecchio Buk. Lo facevano in tanti, tra i suoi più affezionati lettori: lui stesso lo raccontava nei romanzi. Raccontava anche di non gradire quelle adoranti intrusioni, bersagliandole talvolta con spietati sarcasmi. Ma, venendo da lontano, ci augurammo di essere bene accolti.

Per essere accolti, bene o male, c'era tuttavia da superare un primo ostacolo: scoprire dove abitava il nostro eroe. In quanto giornalista free lance alle prime armi, le indagini toccarono a me. Riuscii a procurarmi il numero di telefono di Fernanda Pivano, l'americanista italiana per eccellenza, madre di tutti gli scrittori beat e dei loro discendenti. Rispose con gentilezza: chissà quante richieste analoghe riceveva. Incoraggiato, per cominciare le domandai l'indirizzo di un altro dei nostri idoli letterari dell'epoca, Henry Miller, l'autore di Tropico del Cancro e tanti altri romanzi. «Vive in una delle ultime case prima dell'oceano, a Pacific Palisades, un quartiere di Los Angeles, non so dirti di più», rispose. Quanto a Bukowski, tuttavia, non era in grado di aiutarci. Ma venne in nostro soccorso un articolo su «Repubblica» dedicato al successo dello scrittore sporcaccione: veniva citata la via di Los Angeles in cui si era appena trasferito, secondo l'articolista, grazie ai sostanziosi diritti d'autore ottenuti in Europa con i suoi libri, noti fino ad allora soltanto a un ristretto pubblico negli Usa. Avevamo il nome della strada, non il numero civico: con un po' di fortuna, andando a bussare di casa in casa, forse avremmo trovato ugualmente il nostro uomo.

Dunque, riassumendo: treno, aereo, Greyhound, autostop ed eccoci a Los Angeles. Compriamo una mappa della megalopoli californiana. Scopriamo che la via in cui abita Bukowski è a San Pedro, un quartiere nelle vicinanze del porto commerciale. Decidiamo di risparmiare sulle spese di alloggio, sulle quali peraltro fino a quel momento eravamo stati cauti, limitandoci a ostelli, alberghi a ore e stazioni dei bus: nella 'città degli angeli' dormiamo sulla spiaggia, in sacco a pelo, ma in compenso prendiamo una macchina a noleggio. Con quella, iniziamo le ricerche.

Arriviamo a San Pedro verso le tre di un infuocato pomeriggio. Sembra un quartiere della classe medio-bassa: casette in legno a uno o due piani, modesti giardinetti, panni stesi alle finestre, utilitarie parcheggiate in cortile. Suoniamo un campanello a caso, da qualche parte bisogna pure iniziare. Apre una donna in vestaglia. Nel nostro stentato inglese, chiediamo: «Buon giorno, sa per caso dove… dove… dove…».

Già, che cosa chiedere? Sa dove abita il vecchio Buk? Charles Bukowski. Lo scrittore. L'autore di romanzi con titoli come Taccuino di un vecchio porco, Storie di ordinaria follia.




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