
Il crepuscolo dei giganti e il prezzo della parola: se la democrazia teme il dissenso
Quando un'icona del cinema come Susan Sarandon viene ammanettata per aver alzato la voce di fronte all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, non stiamo assistendo soltanto a un fatto di cronaca, ma alla drammatica messa in scena di un mutamento sistemico. L'attrice che ha prestato il volto e la carne a figure indimenticabili — dalla lucida determinazione di Atlantic City, alla corsa disperata verso la libertà in Thelma & Louise, dal dolore indomabile de L'olio di Lorenzo fino al riscatto morale di Dead Man Walking — si ritrova oggi nello specchio di una realtà che ha superato ogni finzione scenica. La medesima società che ne ha celebrato per decenni la statura artistica, premiandola con l'Oscar, non esita ora a mostrarne i polsi stretti dalle manette. È il corto circuito perfetto di una cultura intellettuale e dello spettacolo che adora il dissenso finché resta confinato nella finzione della pellicola, ma lo punisce con feroce tempestività non appena travalica la soglia del reale.
Il parallelo con le sue eroine cinematografiche non è una concessione alla retorica, ma una tragica constatazione sociologica. Il volo sul precipizio di Thelma & Louise non appartiene più a un finale cult scritto per il grande schermo: è diventato l'allegoria esatta del destino che un'America sempre più intransigente riserva a chiunque rifiuti di allinearsi al discorso dominante. Arrestata accanto a esponenti politici come Darializa Avila Chevalier e Chi Ossé durante una manifestazione promossa da Jewish Voice for Peace, Susan Sarandon ha scoperto sulla propria pelle l'ipocrisia di un sistema che sventola la libertà d'espressione come un trofeo, ma la calpesta non appena gli equilibri geopolitici vengono messi in discussione. Non c'è finzione narrativa che tenga quando la polizia prende in custodia il dissenso: l'icona si fa corpo politico, ed è precisamente questo corpo che la struttura di potere intende neutralizzare.
Per comprendere la natura di questa deriva, occorre smettere di considerarla un'anomalia estemporanea e iniziare a leggerla con le lenti della teoria sociologica. Ciò a cui assistiamo richiama in modo impressionante le analisi di Sheldon Wolin sul "totalitarismo capovolto". Diversamente dalle dittature classiche del Novecento, il modello americano contemporaneo non richiede l'esplicita soppressione formale della costituzione o la sfacciata estetica della tirannide; agisce attraverso la saturazione economica, l'emarginazione sistematica e la trasformazione delle istituzioni democratiche in gusci vuoti. Non serve una divisa da regime autoritario per mettere a tacere la voce pubblica: basta il controllo ferreo delle narrazioni tollerate e la criminalizzazione della protesta civile per ottenere il medesimo effetto coercitivo.
L'isolamento professionale subito da Susan Sarandon — scaricata dalla propria agenzia e progressivamente estromessa dalle grandi produzioni hollywoodiane — costituisce la forma più sottile e micidiale di censura contemporanea. È ciò che Shoshana Zuboff, nella sua disamina del potere moderno, identificherebbe come una declinazione sistemica di condizionamento economico e sociale. L'industria culturale, da sempre megafono di un conformismo patinato, applica nei fatti una vera e propria morte civile verso chiunque osi sollevare il velo sulle contraddizioni della politica estera statunitense e sul dramma umano che si consuma a Gaza. L'epurazione non avviene tramite la prigione a vita, ma attraverso l'invisibilità coatta e il boicottaggio economico: una gogna invisibile ma efficacissima.
Riprendendo le intuizioni fondamentali di Noam Chomsky e Edward Herman sulla "fabbrica del consenso", appare evidente come l'arresto dell'attrice risponda a una precisa dinamica di contenimento dell'opinione pubblica. Quando l'informazione e l'industria dell'intrattenimento stabiliscono i confini entro cui è lecito sdegnarsi, chiunque superi quei paletti cessa di essere un "cittadino consapevole" per diventare un elemento da neutralizzare. La reazione scomposta delle istituzioni di fronte alla protesta di New York dimostra quanta paura incuta una voce autorevole che rifiuta di conformarsi alle veline ufficiali, svelando la fragilità di un impianto propagandistico che non tollera crepe. Risuona con drammatica nitidezza la denuncia dell'attrice circa la vertiginosa quantità di risorse e denaro che gli Stati Uniti continuano a destinare agli equipaggiamenti bellici. In un momento in cui le disuguaglianze interne corrodono il tessuto sociale della nazione, la scelta di finanziare in modo incondizionato la distruzione sistemica in Medio Oriente assume i tratti di un'aberrazione morale ed economica. Questa dinamica conferma pienamente le intuizioni del sociologo C. Wright Mills sulla "élite del potere": un intreccio indissolubile tra apparati militari, interessi finanziari e classe politica che opera in totale autonomia rispetto alle istanze e alla sensibilità etica della popolazione.
Parlare di un approdo autoritario all'interno delle democrazie occidentali non è più una provocazione iperbolica o un esercizio di allarmismo estemporaneo. Nel suo profetico saggio La cultura della paura, Barry Glassner ha documentato con precisione come la manipolazione dell'ansia collettiva e la creazione costante di una minaccia esterna o interna servano a giustificare la progressiva erosione dei diritti fondamentali. In "La cultura della paura", qui in versione inglese .pdf, Barry Glassner analizza in profondità l'ansia pervasiva che plasma la società contemporanea, svelando come narrazioni sensazionalistiche e isterie mediatiche distorcano la nostra percezione del rischio e della sicurezza. Esaminando le paure che dominano il dibattito pubblico — dalla criminalità e il terrorismo fino agli allarmi sanitari — Glassner chiarisce i modi in cui queste preoccupazioni esagerate finiscano spesso per oscurare i problemi reali che condizionano le nostre vite.
Portando alla luce le motivazioni che si celano dietro la coltivazione della paura, l'autore spinge i lettori a mettere in discussione le narrazioni sociali con cui si confrontano e ad affrontare quei timori, spesso irrazionali, che dettano i nostri comportamenti. Questa rigorosa disamina non solo mette in discussione lo status quo, ma invita anche a recuperare una comprensione del mondo più razionale e fondata, configurandosi come una lettura fondamentale per chiunque desideri orientarsi tra le complessità della paura nella vita moderna.
L'arresto di oltre duecentocinquanta manifestanti a New York non è un episodio isolato di ordine pubblico, ma l'ennesima applicazione pratica di uno stato d'eccezione diventato norma quotidiana, dove il dissenso pacifico viene equiparato a una minaccia per la sicurezza nazionale.
Ciò che sconcerta e disarma è la rapidità con cui l'opinione pubblica occidentale ha metabolizzato questa metamorfosi, accettando l'inaccettabile come inevitabile. In Sulla tirannia, lo storico Timothy Snyder ricorda come le democrazie non crollino quasi mai dall'oggi al domani per un colpo di mano improvviso, ma si sfaldino lentamente attraverso piccoli cedimenti quotidiani, rinunce volontarie e un'assuefazione generalizzata alla prepotenza del potere. Quando l'opinione pubblica smette di scandalizzarsi di fronte all'arresto di una figura pubblica per il solo fatto di aver manifestato contro una tragedia umanitaria, il processo di degradazione democratica ha già superato il punto di non ritorno.
Il condannato a morte che Sarandon accompagnava nel capolavoro cinematografico del 1995 chiedeva dignità di fronte alla rigidità spietata della legge. Oggi è la stessa idea di giustizia a trovarsi nel braccio della morte, giustiziata da una ragione di Stato che non ammette dubbi, né appelli alla coscienza morale. La celebre riflessione di Mark Fisher sul "realismo capitalistico" trova qui la sua conferma più sconfortante: siamo arrivati al punto in cui è diventato più facile immaginare la distruzione integrale di una popolazione o la cancellazione dei diritti civili piuttosto che l'ipotesi di contestare apertamente la linea d'azione del proprio governo. È davvero più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo? E perché ci siamo ormai assuefatti all'idea che, per dirla con Margaret Thatcher, «non c'è alternativa» al sistema in cui viviamo? Da queste domande, prende spunto uno dei più incisivi e influenti saggi critici degli ultimi quindici anni: il manifesto politico ed estetico del filosofo inglese Mark Fisher, per la prima volta tradotto in italiano.

Questo episodio deve servire da monito definitivo per chiunque si illuda che la libertà di espressione sia un privilegio acquisito una volta per sempre. Se una stella del cinema mondiale, incoronata dai premi più prestigiosi del pianeta, può essere arrestata e marginalizzata per aver espresso la propria solidarizzazione con un popolo massacrato, allora nessuno può dirsi veramente al sicuro. L'immagine di Susan Sarandon condotta via dalla polizia non rappresenta la sconfitta della sua voce, ma la condanna a futura memoria di un sistema che, nel disperato tentativo di proteggere i propri dogmi ideologici, ha smarrito ogni parvenza di umanità e di dignità democratica.
Nel tempo dell'istante e dell'effimero, la logica del consumo ha penetrato persino i territori più intimi del sentire. Consumiamo volti come immagini da far scorrere, sentimenti come beni a scadenza rapida, relazioni come beni d'uso intercambiabili. Ma ove domina l'ansia del consumo, il senso viene sacrificato sull'altare dell'immediato. L'amore...
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CULTURAL MEDIA | SCRITTO DA IRIS BERNARDINI



