Del simulacro insonne, e della ritirata del Vero nella caverna degli specchi

09.10.2026


SOUL | SCRITTO DA TURI DI BELLA | RICERCA FONTI IRIS BERNARDINI


Nelle Note sul cinematografo, Robert Bresson rammentava come l'occhio sia un organo vorace, ma al contempo provvisto d'una candida, invincibile ingenuità: esso accoglie il mondo non già per vagliarlo con la bilancia del sillogismo, bensì per incorporarlo. È la prima forma di conoscenza del fanciullo, un'epistemologia dell'evidenza immediata dove l'atto del vedere coincide esattamente con la presenza dell'ente, e ove il mostro intravisto nella penombra della camera o la levitazione dell'eroe sul tubo catodico non sono inganni, ma epifanie d'un reale che non ha ancora conosciuto le forbici della distinzione kantiana. In quella stagione dell'anima, il reale entra dalle pupille senza chiedere il permesso né la presentazione di credenziali; esso s'impone come mera e radiosa effettività, poiché per l'infanzia l'immagine non è il doppio della cosa, ma la cosa stessa nella sua vibrazione sorgiva. 


Tuttavia, il divenire adulti ha rappresentato storicamente il faticoso, ma fecondo apprendistato del sospetto: una paideia dello sguardo che ha insegnato all'uomo a interporre fra il raggio luminoso e la mente la diaframmatica prudenza dell'intelletto. Abbiamo appreso, non senza un segreto dolore, che l'inquadratura è già una scelta, che il montaggio è una sintassi arbitraria, che l'ombra sulla parete della caverna platonica risponde alla logica di chi manovra la statuetta dietro il fuoco. Questo disincanto, pur privandoci del paradiso dell'innocenza visuale, ci ha donato la facoltà critica: la consapevolezza che tra l'essere e la sua rappresentazione sussiste un'incrinatura, uno spazio ermeneutico entro il quale esercitare il giudizio, discernere l'artificio, smascherare la propaganda e ricomporre la frammentarietà del vero. 


Eppure, la parabola contemporanea descritta dalla parabola esistenziale di Hany Farid* — l'uomo che per un ventennio ha vivisezionato i pixel per sottrarre la verità alla falsificazione, per poi ritirarsi sconfitto tra i boschi del Vermont — ci pone di fronte a un rovesciamento vertiginoso. Non assistiamo semplicemente al perfezionamento d'una tecnica di contraffazione, ma al compimento di quella precessione dei simulacri teorizzata da Jean Baudrillard. L'algoritmo non deforma più il reale a partire da una sua matrice fisica, ma genera una realtà parallela e autonoma, indifferente alla presenza di un corpo, di una luce terrena, di un istante trascorso. Ci troviamo così scagliati in un'infanzia regressiva e capovolta: se il bambino credeva a tutto ciò che vedeva, l'uomo della tarda modernità si avvia a non credere più a nulla di ciò che sfila sul suo schermo.

*Analizza le ombre, traccia linee geometriche mentali, misura gli angoli della luce. È il massimo esperto mondiale di digital forensics, l'uomo che ha insegnato ai tribunali come leggere le fotografie, che ha smontato falsi in casi criminali di risonanza internazionale, che ha costruito algoritmi in grado di riconoscere la manipolazione nei pixel prima ancora che l'occhio umano avesse il tempo di sospettare qualcosa. 

Per quasi due secoli, l'iconosfera occidentale è stata sostenuta dal principio dell'impronta, da quell'indice ontologico che Roland Barthes, ne La camera chiara, definì con la formula del «è stato». La fotografia, pur nella sua strutturale parzialità, conservava un legame ombelicale con la materia: un fascio di fotoni aveva impressionato una pellicola o un sensore passando attraverso un corpo reale, situato in un tempo e in uno spazio irripetibili. La macchina fotografica poteva mentire sull'intenzione, decontestualizzare il gesto, tradire il senso generale dell'evento, ma non poteva prescindere dall'avere di fronte a sé un'esigenza di presenza. Era il cordone ombelicale tra la traccia e la carne, la garanzia minimalista che qualcosa, pur nello smarrimento della storia, era effettivamente accaduto.

È per questa ragione che le vecchie fotografie di famiglia, ingiallite dal tempo o sfuocate nell'inquadratura, conservano per ciascuno di noi un'autorità affettiva inattaccabile. 

Nessuno si sognerebbe di rigettare l'album dei propri avi solo perché l'obiettivo ha colto un sorriso di circostanza o ha tralasciato la complessità drammatica d'un rapporto parentale. In quella grana imperfetta noi continuiamo a scorgere la sacralità d'una testimonianza, la sacra e insostituibile reliquia d'un passaggio umano sulla terra. L'immagine analogica o digitale di matrice ottica non pretendeva di esaurire la verità dell'esistenza, ma ne certificava la tangibilità, offrendosi come un'àncora contro l'abisso dell'oblio.



Oggi, l'irruzione dei modelli generativi infrange definitivamente questo patto d'alleanza tra la luce e la materia. Quando il pixel cessa di essere la trascrizione di un raggio di sole riflesso da un oggetto per farsi puro calcolo statistico, previsione matriciale di una distribuzione di colore, l'immagine perde la sua natura di traccia e diventa un puro fantasma. Non siamo più nel campo della manipolazione — dove un corpo reale veniva ritoccato o sottratto —, ma nel regno della creazione ex nihilo. Il simulacro generato dall'intelligenza artificiale non ha memoria, non ha debito verso il mondo, non richiede che alcunché sia mai esistito prima d'essere calcolato.


HCS for Isla Media Group
HCS for Isla Media Group


Di fronte a questo abisso, la reazione di chi si dedica alla verifica dei fatti somiglia sempre più alla fatica di Sisifo. Come nella celebre distinzione tracciata da Jonathan Swift, la menzogna vola e la verità la segue zoppicando: l'invenzione algoritmica possiede la rapidità microscopica della rete, la gratuità della produzione illimitata e la seduzione dell'iper-realismo, laddove il vaglio critico necessita di tempo, metodo, comparazione di fonti e strumentazioni euristiche complesse. E allorquando il laboratorio del perito giunge infine a pronunciare il proprio verdetto, il flusso informativo ha già travolto la coscienza collettiva, rendendo la smentita un'eco fievole, un debole sussurro sommerso dal clamore della nuova simulazione.

Questa sproporzione sistematica genera nell'osservatore un senso d'impotenza del tutto inedito, che travalica la sfera della semplice epistemologia per toccare le corde dell'etica e della psiche. Quando l'uomo scopre che le proprie facoltà percettive e le proprie analisi razionali non sono più sufficienti a sbrogliare la matassa del vero, l'equilibrio cognitivo crolla. La difesa dell'organismo umano contro questo bombardamento d'incertezza non sarà un surplus di rigore, ma un progressivo e rassegnato ripiegamento: per non morire di vertigine di fronte al dubbio perpetuo, la mente accetterà un compromesso ontologico. E questo compromesso consisterà nel disattivare la pretesa che l'immagine porti con sé una qualsiasi verità sul mondo reale.


UNA RIFLESSIONE


Il rischio imminente è che la categoria stessa di "verità" venga silenziosamente sostituita da quella di "compatibilità". Come aveva lucidamente intuito Spinoza nel suo trattato sull'emendazione dell'intelletto, l'uomo tende spontaneamente ad accogliere ciò che incrementa la propria potenza d'agire e a respingere ciò che la ostacola o la turba. Privati dell'aggancio materiale con la realtà, sceglieremo di credere a ciò che si conforma al nostro sistema di credenze, alla nostra previa narrazione, al nostro pregiudizio identitario. L'immagine non sarà più una finestra aperta sull'inaspettato o sul difforme, ma uno specchio narcotico destinato a confermare ciò che già sapevamo o volevamo disperatamente credere.

Si compie così la mutazione più subdola e perniciosa dell'ecosistema mediatico: l'esasperazione della dissonanza cognitiva descritta da Leon Festinger e portata a temperatura di fusione dall'architettura dei social network. Se la bolla informativa ha finora selezionato le notizie sulla base dei nostri clic, l'immagine sintetica fornisce ora l'iconografia perfetta per ogni nostra paranoia, speranza o avversione. 

Ogni comunità ermetica potrà fabbricarsi le proprie prove visive, le proprie smentite, i propri martiri e i propri mostri. La falsificazione non sarà più un incidente da occultare, ma la moneta corrente di una guerra tribale per l'egemonia simbolica.


In questo scenario, la perdita più grave non riguarda la semplice correttezza di una cronaca, ma la nostra disponibilità a lasciarci contraddire dal reale. L'immagine autentica possedeva la preziosa capacità di ferirci, di smentire le nostre aspettative, di porci di fronte allo scandalo dell'imprevisto e dell'inaccettabile. Essa era, per usare un'espressione di Emmanuel Lévinas, l'irruzione dell'altro che spezza l'autosufficienza dell'Io. Quando ogni figura diventa potenzialmente un artefatto modulabile secondo i desideri del fruitore o del manipolatore, l'immagine perde la sua forza d'urto etica: non ci può più interrogare, né giudicare, né scuotere dal nostro torpore ideologico.

La ritirata di Hany Farid verso una fattoria del Vermont non è dunque un mero aneddoto biografico o un cedimento al bucolico, ma un gesto di profonda valenza filosofica. Essa richiama la scelta di Thoreau sulle sponde del lago Walden, o la consapevolezza di chi intuisce che, quando il segno si è completamente staccato dalla cosa e la parola si è fatta rumore algoritmico, l'unico riparo per il senso risiede nella materia opaca, lenta e resistente del mondo fisico. Il bosco, la pietra, la voce viva percepita nella presenza del corpo e protetta da una parola d'ordine scambiata tra due intimità, diventano gli ultimi baluardi di un'epistemologia della presenza contro l'evanescenza dell'etere digitale.

Non si tratta di vagheggiare un impossibile neo-luddismo, né di ignorare la necessità imprescindibile di un quadro normativo e giuridico che imponga la tracciabilità e la punibilità dell'abuso sintetico. Ma la legge da sola, priva di una nuova educazione dello sguardo, non potrà ripristinare la fiducia perduta. 

La vera sfida dei tempi a venire sarà l'elaborazione di un'ecologia dello sguardo che impari a desiderare la lentezza, a coltivare il dubbio senza cedere al cinismo, e a riconoscere che la verità non è un dato che si consuma passivamente sullo schermo, bensì un'intenzione, un travaglio, una responsabilità da rinnovare ogni giorno.


Senza questa disciplina dello spirito, la civiltà visiva rischia di inabissarsi in un solipsismo di massa, dove ognuno vagherà cinto dal proprio corredo di simulacri rassicuranti.

Salvare la traccia del reale, difendere il valore del frammento imperfetto ma vero contro la perfezione levigata della menzogna algoritmica, non è un'operazione di antiquariato estetico. È la condizione stessa perché l'uomo possa ancora guardare l'altro senza scorgervi l'ennesimo inganno, e perché il mondo possa continuare a parlarci con la voce incalcolabile, severa e bellissima della realtà. 



Share