
Contro l’accademismo: il pensiero che danza
EDITORIALE | ANSELMO DI BELLA
Perché uccidere l'accademismo? Perché è il culto della forma morta. È il gesto ripetuto senza necessità, il perfezionismo che soffoca la visione, la replica del già detto. Non è sapere, ma la sua mummia. Non è ricerca, ma conservazione. L'accademismo è il rituale che ha perso il fuoco, il linguaggio che non vibra, la verità che non inquieta. Uccidere l'accademismo non significa distruggere la conoscenza, ma liberarla. Significa smettere di adorare le ceneri e iniziare a custodire il fuoco. Nietzsche lo intuì con feroce lucidità: "L'uomo dell'accademia è il sacerdote della verità fossilizzata". L'accademico non cerca: archivia. Non rischia: rassicura. Ma l'arte e il pensiero non sono musei. Sono vulcani. E io vivo sotto un vulcano.
"Quando il sapere smette di interrogarsi e comincia a proteggersi, nasce l'accademico: il custode di una verità che non respira più".
Ogni artista che ha fatto tremare il tempio ha compiuto questo rito. Caravaggio ha sporcato i santi e ha spezzato l'idealismo manierista. Manet ha scandalizzato il Salon con la sua "Colazione sull'erba", rompendo la compostezza neoclassica. Duchamp ha firmato un orinatoio e lo ha trasformato in detonatore concettuale. Artaud ha evocato il sacro e il viscerale con il suo teatro della crudeltà. Beuys ha dichiarato che ogni uomo è un artista, dissolvendo il confine tra arte e vita. Yoko Ono ha invitato il pubblico a diventare co-autore. Manzoni ha venduto "Merda d'artista" in scatola, ironizzando sul feticismo dell'autenticità. Mendieta ha fuso corpo e terra in rituali viscerali. Basquiat ha portato il graffito e la rabbia urbana nel tempio dell'arte.
Anche la filosofia ha i suoi incendiari. Foucault ha smascherato le genealogie del sapere, rivelando il potere dietro ogni verità. Derrida ha dissolto le strutture fisse del linguaggio. Žižek ha fatto del paradosso il suo strumento. Butler ha destabilizzato le identità normate. Agamben ha rivelato lo stato di eccezione come norma. Han ha denunciato la trasparenza come forma di controllo. Barad ha dissolto il confine tra soggetto e oggetto. Negarestani ha immaginato un pensiero mutante. West ha richiamato la filosofia alla sua vocazione profetica.
Questi pensatori non cercano risposte. Cercano ferite. Non costruiscono sistemi. Aprono abissi. La filosofia, come l'arte, non è un manuale. È una faglia. È il luogo dove il pensiero si frattura e trema, per rinascere.
L'accademismo teme l'ignoto. Lo vuole dominare, classificare, sterilizzare. Ma l'ignoto non si domina. Si abita. È il luogo dove il pensiero si reinventa. Dove l'arte non illustra, ma evoca. Dove il sapere non rassicura, ma inquieta. Eraclito lo sapeva: "Il cammino su e giù è uno e lo stesso". Nietzsche lo urlava: "Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante". Degas lo sussurrava: "L'arte non è ciò che vedi, ma ciò che fai vedere agli altri".
Uccidere l'accademismo è un gesto rituale. Non è distruzione, ma metamorfosi. È il momento in cui il pensiero si spoglia delle sue vesti cerimoniali e danza nudo nell'abisso. È il ritorno della filosofia alla sua origine greca: un'arte del vivere, non del classificare.
Che l'ignoto sia il nostro maestro. Che la nuova interpretazione sia il nostro rito. Che il pensiero torni a essere vulcano, non museo.


Perché uccidere l'accademismo? Perché è il culto della forma morta. È il gesto ripetuto senza necessità, il perfezionismo che soffoca la visione, la replica del già detto. Non è sapere, ma la sua mummia. Non è ricerca, ma conservazione. L'accademismo è il rituale che ha perso il fuoco, il linguaggio che non vibra, la verità che non inquieta. Uccidere l'accademismo non significa distruggere la conoscenza, ma liberarla. Significa smettere di adorare le ceneri e iniziare a custodire il fuoco. Nietzsche lo intuì con feroce lucidità: "L'uomo dell'accademia è il sacerdote della verità fossilizzata".
Quando parlo di "uccidere l'accademismo", non sto facendo un gesto teatrale. Non sto cercando lo scandalo, né la provocazione facile. Sto descrivendo un'esperienza concreta: quella sensazione di soffocamento che si prova quando il pensiero smette di essere un atto vivo e diventa un protocollo.
L'accademismo, per me, è questo: un sistema che ha perso il contatto con la necessità. Un modo di parlare, di scrivere, di analizzare che non nasce più da un'urgenza, ma da un'abitudine. È la ripetizione del già detto, la prudenza elevata a metodo, la distanza spacciata per rigore.
Non ho nulla contro lo studio, la disciplina, la profondità. Il problema non è la conoscenza. Il problema è quando la conoscenza diventa un recinto. Quando la forma diventa più importante della verità che dovrebbe contenere. Quando il linguaggio smette di essere uno strumento e diventa un feticcio.
Scrivo contro l'accademismo perché l'ho visto da vicino. Ho visto persone intelligenti ridursi a funzionari del sapere. Ho visto idee potenti diventare innocue perché incasellate, sterilizzate, rese presentabili. Ho visto la paura di sbagliare soffocare la possibilità di dire qualcosa che valesse la pena ascoltare.
E allora sì: dico "uccidere l'accademismo" perché non vedo alternative. Non si tratta di riformarlo, di aggiornarlo, di renderlo più moderno. Si tratta di lasciarlo andare. Di smettere di considerarlo l'unico modo legittimo di pensare. Di riconoscere che la vita intellettuale non nasce nei corridoi ordinati di certe Accademie e Università del sapere, ma nelle fratture su strada, sul campo, nella crudeltà della vita odierna, nelle contraddizioni, nei punti in cui non hai più appigli.
L'arte e il pensiero che mi interessano non cercano di rassicurare. Non cercano di essere impeccabili. Non cercano di essere accettabili. Cercano di essere veri. E la verità, quando arriva, non è mai comoda. Non è mai perfetta. Non è mai "accademica".
Scrivo così perché non posso fare altrimenti. Perché ogni volta che provo a rientrare nei codici, nei toni, nelle forme previste, sento che sto tradendo qualcosa. Sento che sto parlando con una voce che non è la mia. Sento che sto rinunciando alla parte più viva del mio lavoro.
Non voglio essere un archivista del pensiero. Voglio essere qualcuno che lo mette in movimento.
E questo, per me, significa una cosa molto semplice: smettere di proteggere ciò che è già morto e iniziare a dare spazio a ciò che ancora non ha nome.
L'accademico non cerca: archivia. Non rischia: rassicura. Ma l'arte e il pensiero non sono musei. Sono vulcani. E io vivo sotto un vulcano.
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