
Clarissa Cappellani: la luce come atto politico, gesto poetico, responsabilità del reale
Ci sono direttrici della fotografia che costruiscono immagini. E poi ci sono quelle che costruiscono mondi. Clarissa Cappellani appartiene alla seconda specie: rara, laterale, indomabile. La sua traiettoria non è quella di chi "entra nel cinema", ma di chi lo attraversa come un territorio da rifondare, un campo di forze dove la luce non è un ornamento ma un principio etico, una postura politica, un modo di stare al mondo.


L'apprendistato come rito di passaggio
La sua formazione accanto a figure come Gigi Martinucci e Caroline Champetier non è un dettaglio tecnico, ma un imprinting: due cinematografie opposte, due sensibilità che si sfiorano senza toccarsi. Martinucci, con la sua concretezza artigianale; Champetier, con la sua capacità di far vibrare l'immagine come un organismo vivente. In mezzo, Clarissa Cappellani: una ingegneria emozionale e intellettuale in ascolto, una giovane operatrice che impara che la luce non si "inquadra" ma si ascolta.
Il passaggio successivo — lavorare come operatrice con Gherardo Gossi, Daniele Ciprì e Hélène Louvart — è un ulteriore salto in avanti. Tre sguardi radicali, tre modi di intendere il cinema come frizione, rischio, esposizione. È in questo crocevia di maestri e metodi che Cappellani non si limita a "imparare il mestiere", ma forgia una grammatica visiva che rifiuta ogni funzione consolatoria dell'immagine. La sua fotografia non cerca mai di placare lo sguardo dello spettatore, né di offrirgli un rifugio estetico: al contrario, lo espone, lo mette in tensione, lo costringe a un confronto diretto con ciò che normalmente il cinema tende a smussare o a rendere digeribile. L'immagine, per Clarissa Cappellani, non è un dispositivo di addomesticamento del reale ma un luogo di frizione, un campo di forze dove la luce diventa un atto critico. Ogni inquadratura è costruita come una domanda più che come una risposta, come un varco che apre possibilità interpretative invece di chiuderle. In questo senso, la sua fotografia non "rappresenta" semplicemente il mondo: lo problematizza, lo incrina, lo mette in discussione. È un'immagine che non si accontenta di mostrare, ma pretende di far pensare e riflettere sul mondo che ci circonda.

L'esordio: quando la luce diventa identità
Il suo primo lungometraggio come direttrice della fotografia, Hidden Identity di Salvo Cuccia, non è un semplice debutto. È un manifesto. La luce di Cappellani non cerca la bellezza, cerca la verità — anche quando è scomoda, anche quando è opaca. Il film entra in concorso al Torino Film Festival e riceve un premio speciale ad Annecy: non per caso, ma perché quella fotografia introduce un modo diverso di guardare il reale, un modo che non teme la complessità.
Last Words: la luce come memoria del futuro
Nel 2019 arriva Last Words di Jonathan Nossiter, selezionato a Cannes. Un film distopico, apocalittico, ma attraversato da una tenerezza feroce. Clarissa costruisce un futuro che non è mai artificiale: la sua luce sembra provenire da un mondo che sta per spegnersi, ma che non rinuncia a un ultimo gesto di cura. Accanto a interpreti come Nick Nolte, Stellan Skarsgård e Charlotte Rampling, la fotografia diventa un personaggio: fragile, resistente, profondamente umano.
Pompeii: l'arte contemporanea come detonatore
La collaborazione con Wael Shawky per I am Hymns of the New Temples segna un altro passaggio cruciale. Non è cinema "applicato" all'arte, ma un incontro tra due visioni che si riconoscono. Clarissa Cappellani filma Pompeii non come rovina, ma come organismo che respira ancora. La luce scava, rivela, interroga. È un gesto archeologico e insieme futurista: un paradosso che solo una sensibilità radicale può sostenere.
Emma Dante: la luce come corpo, carne, ferita
Il rapporto con Emma Dante è forse il capitolo più intimo della sua carriera. Prima come operatrice, poi come direttrice della fotografia di Misericordia — film premiato a Tallinn e candidato ai Nastri d'Argento — Cappellani entra nel cuore del teatro dantesco: un universo di corpi vulnerabili, di famiglie spezzate, di femminilità ferite e indomite.
La sua fotografia non estetizza il dolore: lo accompagna. Lo rende visibile senza spettacolarizzarlo. È un atto di responsabilità, quasi un gesto di protezione.
Brides: la maturità internazionale
Il 2025 la porta al Sundance con Brides di Nadia Fall. Qui Clarissa Cappellani affronta un'altra sfida: raccontare l'intimità femminile senza cadere nei cliché della "sensibilità femminile". La sua luce non è mai morbida per compiacere, né dura per provocare. È precisa, necessaria, calibrata come un respiro. È una fotografia che non vuole "piacere": vuole dire.
Il documentario come laboratorio etico
Parallelamente, Clarissa Cappellani costruisce una filmografia documentaria impressionante: Sabina Guzzanti, Federica Di Giacomo, Adele Tulli, Luca Guadagnino. Non è un caso. Il documentario è il luogo dove la sua poetica trova la sua radice più profonda: l'immagine come testimonianza, come atto di presenza, come responsabilità verso ciò che accade davanti alla macchina da presa.
Premi, riconoscimenti, ma soprattutto una postura
Efebo d'Oro, Nastri d'Argento, premi alla fotografia per Misericordia. Ma ciò che conta davvero non è la lista dei riconoscimenti: è la coerenza di un percorso che non ha mai ceduto alla tentazione dell'effetto, della superficie, della seduzione facile.
Clarissa Cappellani appartiene a quella genealogia di artiste che non cercano un'estetica, ma un'etica. La sua fotografia non vuole essere "bella": vuole essere giusta.
Una visione che manca al cinema contemporaneo
In un panorama visivo sempre più saturo di estetiche intercambiabili, dove la fotografia cinematografica rischia di ridursi a un esercizio calligrafico, Clarissa Cappellani si impone come un necessario atto di resistenza. La sua pratica non si limita a "fare luce": la decostruisce, la interroga, la restituisce alla sua natura originaria di gesto semantico. Per lei la luce non è un filtro che addolcisce o un artificio che impressiona, ma un patto di fiducia con ciò che accade davanti all'obiettivo. È un atto di responsabilità verso il reale, un modo per assumersi il peso — e la grazia — di ciò che si decide di rendere visibile.
Il suo cinema non usa la luce per illuminare, ma per rivelare ciò che normalmente resta ai margini; non mostra, ma ascolta le vibrazioni sottili dei corpi e degli spazi; non decora, ma interroga le superfici fino a far emergere ciò che vi è depositato sotto forma di memoria, ferita, desiderio. Ogni immagine è un varco, non un compiacimento. Ogni inquadratura è un atto di esposizione reciproca tra chi filma e chi è filmato.
In un mondo che corre verso l'omologazione visiva, dove la brillantezza tecnica spesso soffoca la complessità dello sguardo, la voce luminosa di Clarissa Cappellani rimane una delle poche a opporsi con rigore e vulnerabilità. La sua fotografia non cerca di essere impeccabile: cerca di essere vera. E in questa verità — indomita, inquieta, profondamente umana — risiede la sua forza più rara.
BIOGRAFIA
Clarissa Cappellani si muove nel cinema italiano e internazionale come una forza silenziosa e radicale, capace di attraversare generi, formati e linguaggi con una coerenza visiva che non cerca mai l'effetto, ma sempre la verità. Il suo percorso, come emerge dalla scheda allegata, è una mappa di collaborazioni artistiche e festival internazionali che testimoniano non solo la qualità del suo sguardo, ma anche la sua capacità di adattarlo — senza mai tradirlo — a contesti narrativi profondamente diversi.
Lungometraggi: la luce come drammaturgia
Nel cinema di finzione, Cappellani firma la fotografia di opere che oscillano tra il distopico (Last Words, Cannes 2020), il mitico (I am Hymns of the New Temples, Rotterdam 2024), il tragico (Misericordia, Tallinn 2023) e il sociale (Brides, Sundance 2025). Ogni film è un territorio che lei esplora con una grammatica luminosa che non si impone mai sul racconto, ma lo amplifica dall'interno.
Misericordia di Emma Dante, premiato come Miglior Film e Miglior Attore a Tallinn, le vale il riconoscimento come Miglior Direttrice della Fotografia al Festival di Spello e una nomination ai Nastri d'Argento: segno che la sua visione non è solo tecnica, ma profondamente drammaturgica.
Brides di Nadia Fall, in concorso a Sundance, conferma la sua apertura internazionale e la sua capacità di dialogare con registe che mettono al centro la soggettività femminile.
I am Hymns of the New Temples di Wael Shawky è un esempio di come Cappellani sappia tradurre l'arte contemporanea in linguaggio cinematografico, trasformando il paesaggio archeologico in visione futurista.
Documentari: la fotografia come responsabilità
Nel documentario, Cappellani si rivela una testimone rigorosa e sensibile. I titoli che firma — da REAL di Adele Tulli (Locarno, IDFA, Villa Medici) a The Open Couple di Federica Di Giacomo (Giornate degli Autori 2024), fino a A Better Truth di Lorenza Indovina (Rome Film Fest 2025) — mostrano una fotografia che non cerca di abbellire il reale, ma di ascoltarlo. La sua luce non è mai invadente: è una presenza che accompagna, che protegge, che espone senza violare.
Salvatore: Shoemaker of Dreams di Luca Guadagnino, selezionato a Venezia e distribuito in tutto il mondo, le permette di lavorare su un documentario biografico con una forte componente estetica, senza mai cedere alla tentazione del glamour.
Normal e REAL di Adele Tulli sono due esempi di come Cappellani sappia tradurre l'indagine sociologica in immagini che non giudicano, ma interrogano.
Festival e circuiti internazionali: una firma riconoscibile
La presenza costante nei festival — Cannes, Venezia, Locarno, Rotterdam, Sundance, IDFA, Telluride, Berlino, Annecy, New York, Taipei — non è solo una conferma del valore tecnico del suo lavoro, ma della sua capacità di costruire immagini che parlano lingue diverse, che attraversano culture e formati, che resistono all'omologazione visiva.
Clarissa Cappellani non è una direttrice della fotografia che "illumina" il cinema. È una che lo rivela. Che lo ascolta. Che lo interroga. E in un panorama sempre più saturo di immagini impeccabili ma vuote, la sua luce — vulnerabile, rigorosa, indomita — è una delle poche che ancora osa dire qualcosa di vero.
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