
Cecità e responsabilità: ciò che vediamo nei ragazzi parla di noi
L'EDITORIALE di Abel Gropius
Credo che il punto centrale sia questo: la repressione può fermare un comportamento, ma raramente cambia la persona che lo produce. La rieducazione, invece, prova a modificare le cause che lo generano.
Se un quindicenne devasta un negozio per rubare un paio di scarpe firmate, il problema immediato è il reato, e nessuno lo nega. Ma se ci fermiamo alla repressione, abbiamo risolto solo l'effetto visibile. Abbiamo punito il gesto. Non abbiamo capito perché quel gesto sia nato.
È l'errore che contestavo nel testo destinato a Mattia Madonia. E che fanno in tanti con strumentale ideologia. Qualcuno scopre che quei ragazzi non stavano facendo la rivoluzione ma inseguendo merci e simboli di status. E conclude che quindi non c'è altro da capire. Io, al contrario, penso che proprio lì cominci la parte più importante dell'analisi.
Perché un adolescente arriva a desiderare una scarpa, una felpa o uno smartphone fino al punto di rischiare l'arresto? Da dove nasce quella gerarchia di valori? Chi gli ha insegnato che il prestigio coincide con il possesso? Chi gli ha trasmesso l'idea che esistere significhi apparire?
La risposta non è "i ragazzi". La risposta è la società intera.
Per questo trovo insufficiente il linguaggio della repressione. La repressione ragiona come un medico che vede una febbre e decide di rompere il termometro. La febbre sparisce dalla vista, ma l'infezione rimane.
Rieducare significa invece riconoscere che ogni comportamento umano è il risultato di un apprendimento. Lo sapeva già Dostoevskij quando osservava che nessun uomo nasce criminale in astratto; lo sapeva Pasolini quando vedeva nel consumismo una forma di pedagogia più potente della scuola; lo sapeva Don Milani quando sosteneva che educare fosse l'unico vero modo di trasformare la società.
Naturalmente rieducare non significa assolvere. Questo è l'equivoco più frequente. La responsabilità individuale esiste e va riconosciuta. Ma una società matura distingue tra punizione e vendetta. La prima serve a tutelare la convivenza civile. La seconda serve soltanto a sfogare la rabbia.
Quando si invocano esclusivamente manganelli, carcere ed espulsioni simboliche dalla comunità, si parte spesso dall'illusione che il problema siano alcuni individui corrotti. In realtà il problema è più grande. Quei ragazzi sono il prodotto di una cultura che predica competizione, esibizione, successo immediato e consumo come misura del valore personale.
Ecco perché Giancarlo Leone, in un suo post, a mio avviso, coglieva un aspetto fondamentale: la violenza non nasce nel momento della sassaiola. Nasce molto prima. Nasce nel linguaggio, nei modelli, nei messaggi che una comunità considera normali. Quando semini sopraffazione, raccogli sopraffazione e tempesta al cubo.
La repressione è necessaria quando qualcuno commette un reato. Ma se rimane l'unica risposta, diventa una dichiarazione di resa culturale. Significa ammettere di non voler più capire, ma soltanto contenere.
Rieducare è più difficile, più lento e meno spettacolare. Però è l'unica strada che prova a cambiare il futuro invece di limitarsi a punire il passato.
C'è inoltre un parallelismo che trovo inevitabile tra il modo in cui discutiamo dei ragazzi che devastano un quartiere, una strada o una piazza e il modo in cui pensiamo alle carceri. In entrambi i casi emerge la stessa tentazione: considerare il problema risolto nel momento in cui il colpevole viene allontanato dalla vista.
Il ragazzo viene arrestato. Il detenuto viene rinchiuso. La società tira un sospiro di sollievo e si convince di aver ristabilito l'ordine. Ma l'ordine non coincide necessariamente con la giustizia, così come il silenzio non coincide necessariamente con la pace.
La Costituzione italiana contiene una delle formulazioni più profonde mai scritte sul tema della pena: la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Non alla sua umiliazione. Non alla sua distruzione morale. Non alla sua esclusione perpetua dalla comunità. Alla sua trasformazione.
Eppure, nel dibattito pubblico, questa idea viene spesso percepita come debolezza. Come se rieducare significasse giustificare. È esattamente il contrario. Punire è relativamente semplice. Comprendere, recuperare e restituire una persona alla società è infinitamente più difficile.
Quando un ragazzo spacca una vetrina per rubare delle scarpe firmate e quando un detenuto commette un reato grave, il primo interrogativo non dovrebbe essere soltanto "come lo puniamo?", ma anche "come impediamo che ciò accada ancora?". Se la risposta è esclusivamente repressiva, stiamo agendo sul passato. Se è educativa, stiamo intervenendo sul futuro.
La repressione, infatti, possiede un limite strutturale: può contenere il comportamento ma non necessariamente modificarne l'origine. Può impedire a qualcuno di nuocere per un certo periodo, ma non gli insegna automaticamente un modo diverso di stare al mondo. Per questo esistono persone che escono di prigione peggiori di come vi sono entrate. Non perché siano irrimediabilmente malvagie, ma perché la società si è limitata a custodire il loro corpo senza occuparsi della loro coscienza.
In questo senso il carcere diventa una metafora della nostra incapacità educativa. Molti vorrebbero trasformarlo in un enorme deposito umano dove accumulare tutto ciò che disturba la tranquillità collettiva. Ma un deposito non rigenera nulla. Conserva soltanto il problema fino al giorno in cui il problema torna fuori.
Penso spesso a quanto sia paradossale il nostro atteggiamento. Se un edificio presenta crepe, investiamo per restaurarlo. Se una persona si rompe interiormente, molti ritengono sufficiente chiuderla dietro una porta. Come se l'abbandono fosse una terapia.
Dietro ogni fallimento educativo c'è poi una responsabilità collettiva che raramente vogliamo riconoscere. È più rassicurante credere che esistano semplicemente individui cattivi. Questa idea ci assolve. Ci permette di pensare che il male appartenga sempre agli altri. Ma Dostoevskij, Hugo, Pasolini e persino Saramago ci ricordano che l'essere umano è soprattutto il prodotto della relazione tra libertà individuale e ambiente sociale. Nessuno nasce completo. Tutti diventiamo ciò che incontriamo.
Questo non significa negare la responsabilità personale. Significa comprenderla fino in fondo. Se considero un individuo responsabile, allora devo anche credere nella sua capacità di cambiare. Diversamente la pena diventa un puro rituale vendicativo. Una sorta di condanna metafisica secondo cui chi sbaglia una volta rimane per sempre coincidente con il proprio errore.
Ed è qui che il discorso torna ai ragazzi delle rivolte urbane. Molti si concentrano sull'atto finale: la vetrina infranta, il furto, il saccheggio. Pochi si domandano quale universo simbolico abbia generato quel gesto. Ancora meno si interrogano su quale percorso possa impedire che venga ripetuto. Si pretende che la polizia faccia in una notte ciò che famiglia, scuola, politica e cultura non hanno saputo fare in vent'anni.
La verità più difficile da accettare è che una società viene giudicata non da come tratta i suoi cittadini migliori, ma da come tratta quelli che hanno fallito. Perché è facilissimo educare chi è già educato. È facilissimo amare chi è già amabile. La vera prova di civiltà consiste nel tentare di recuperare chi si è perduto.
Per questo continuo a pensare che la rieducazione non sia buonismo, ma realismo. La repressione può mettere un punto a una storia. La rieducazione prova a scriverne un capitolo diverso. E se rinunciamo a questa possibilità, allora il carcere diventa soltanto un parcheggio del disagio e la società un luogo che sa punire molto bene, ma ha completamente dimenticato come insegnare.

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Credo che il punto centrale sia questo: la repressione può fermare un comportamento, ma raramente cambia la persona che lo produce. La rieducazione, invece, prova a modificare le cause che lo generano.
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