
Un pensiero per chi entra ora nel mondo delle tecnologie
Viviamo in un tempo in cui la potenza delle macchine cresce più velocemente della nostra capacità di comprenderla. È un tempo affascinante, ma anche fragile: un tempo in cui rischiamo di confondere la velocità con la profondità, l'efficienza con il significato, l'informazione con la conoscenza. Eppure, proprio qui, proprio adesso, si apre una possibilità rara: quella di capire cosa rende l'umano non solo diverso, ma necessario.
Il capitale semantico è questo: la trama invisibile che ci costituisce. Non è un archivio di nozioni, non è un curriculum, non è un elenco di competenze. È la ricchezza di ciò che avete vissuto, letto, ascoltato, amato, temuto. È la lingua che parlate e quella che vi manca, il quartiere in cui siete cresciuti, le storie che vi hanno formato, le ferite che vi hanno insegnato a guardare il mondo con un'angolatura unica. È ciò che vi permette di dare senso alle cose, di orientarvi, di scegliere, di costruire un'esistenza che non sia solo una sequenza di compiti eseguiti, ma un gesto di direzione.
In un'epoca in cui l'AI può generare testi, immagini, analisi, simulazioni, ciò che fa la differenza non è più la capacità di produrre contenuti, ma la capacità di attribuire significato. Le macchine calcolano; voi interpretate. Le macchine correlano; voi comprendete. Le macchine ottimizzano; voi decidete che cosa vale la pena ottimizzare.
E questa differenza non è un dettaglio: è la radice dell'impatto sociale che potete generare.
Perché un capitale semantico ricco non è un privilegio estetico: è una responsabilità politica. Significa riconoscere che ogni esperienza – la vostra e quella degli altri – porta un valore che non può essere ridotto a un algoritmo. Significa capire che la diversità culturale non è un ostacolo da uniformare, ma un patrimonio da custodire. Significa sapere che non si può vivere in Italia senza conoscere Dante, non per nostalgia scolastica, ma perché senza quei riferimenti il mondo perde profondità, perde risonanza, perde spessore.
Il capitale semantico è ciò che vi permette di non essere sostituibili. Ma soprattutto è ciò che vi permette di non diventare sostituenti: di non trattare gli altri come funzioni, come avatar, come profili. È ciò che vi permette di costruire comunità invece che reti, relazioni invece che connessioni, senso invece che rumore.
E allora, se c'è un invito che vale la pena rivolgere a chi si affaccia ora alle nuove tecnologie, è questo: nutrite il vostro capitale semantico con la stessa cura con cui aggiornate le vostre competenze tecniche. Leggete ciò che non serve, ascoltate ciò che non vi rassicura, frequentate ciò che non vi somiglia. Coltivate la complessità, perché è l'unico antidoto alla semplificazione automatica. Difendete la varietà, perché è l'unico modo per non diventare ingranaggi di un'unica macchina culturale.
L'AI non è un destino: è uno strumento. E uno strumento, per quanto potente, non può decidere al posto vostro che cosa vale, che cosa conta, che cosa merita di essere costruito. Questo potere – e questa responsabilità – rimangono umani. Rimangono vostri.
E il mondo avrà bisogno del vostro capitale semantico molto più di quanto abbia bisogno della vostra efficienza.

Dal rumore al senso: perché il Capitale Semantico è la vera infrastruttura dell'era AI
Viviamo immersi in un flusso informativo che non conosce tregua. Ogni giorno miliardi di contenuti vengono generati, rilanciati, trasformati, spesso senza che nessuno abbia il tempo di comprenderli davvero. È un'abbondanza che rischia di diventare povertà: povertà di attenzione, di profondità, di significato. In questo scenario, il progetto Orbits, guidato da Luciano Floridi, introduce un concetto che non è solo teorico, ma urgentemente pratico: il Capitale Semantico.
Il punto è semplice e radicale: non basta più sapere, occorre capire. Non è sufficiente accumulare dati, serve la capacità di interpretarli, di trasformarli in visione, di riconoscere ciò che ha valore in mezzo al rumore. Il Capitale Semantico è proprio questo: la nostra riserva di senso, la nostra competenza nel leggere il mondo, la nostra capacità di distinguere tra superficie e profondità, tra quantità e qualità dell'informazione.
Ed è qui che si gioca la partita decisiva dell'era dell'Intelligenza Artificiale.
Le macchine generano contenuti; gli umani generano significati. Le macchine producono correlazioni; gli umani costruiscono comprensioni. Le macchine amplificano; gli umani interpretano.
Il rischio non è che l'AI "pensi al posto nostro", ma che noi smettiamo di pensare perché travolti da un ecosistema comunicativo che parla tanto e dice poco. Senza un capitale semantico solido, diventiamo consumatori passivi di informazioni; con un capitale semantico ricco, diventiamo autori della nostra presenza nel mondo.
Per questo Luciano Floridi insiste sul linguaggio come infrastruttura invisibile della trasformazione digitale: non un accessorio, ma la chiave per orientarsi nella complessità. Le aziende che non investono nella qualità dei propri linguaggi rischiano di produrre narrazioni vuote; i cittadini che non coltivano il proprio capitale semantico rischiano di essere travolti da manipolazioni, polarizzazioni, superficialità.
Il Capitale Semantico diventa così un atto politico, culturale e sociale. Un modo per restituire profondità al discorso pubblico. Un antidoto al rumore. Una forma di responsabilità verso il futuro.
E soprattutto un invito: non lasciate che siano le macchine a decidere cosa significa ciò che vivete. Allenatevi a leggere, interpretare, collegare, criticare. Perché nell'era dell'AI, la vera differenza non la farà chi produce più contenuti, ma chi saprà dare loro un senso.

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