Il fenomeno migratorio, con le sue sfaccettature e le sue terminologie - migranti, profughi, rifugiati, richiedenti asilo - è spesso oggetto di un dibattito riduttivo che omette una verità fondamentale: si tratta di uomini e donne in cerca di una vita migliore. Questa ricerca inalienabile di miglioramento viene spesso oscurata dalle retoriche politiche e dalle dinamiche elettorali europee, dove la paura viene manipolata come strumento di divisione.
Le forze nazionaliste e sovraniste, con i loro richiami alla "difesa dei confini", non solo hanno storicamente innescato conflitti, ma continuano a promuovere una narrazione che invita a temere l'altro. In questo contesto, l'Europa e l'Occidente sembrano fallire nel loro compito di gestione e accoglienza, mostrandosi inermi o, forse, riluttanti a confrontarsi con un fenomeno che richiede una risposta umana e coordinata.
Anche l'identità religiosa, spesso invocata nei discorsi pubblici, sembra perdere il suo significato più profondo. Le parole del Vangelo, "Ero straniero e mi avete accolto", risuonano vuote se le azioni non seguono gli insegnamenti. Eppure, la realtà delle migrazioni non è un fenomeno isolato che riguarda un singolo paese, come talvolta viene presentato da alcune forze politiche italiane; è una questione globale che richiede una risposta globale.
Il lavoro del reporter freelance Matías Costa, nato in Argentina e trasferitosi in Spagna per sfuggire alla dittatura militare di Videla, offre una prospettiva intima e personale su questa crisi umanitaria. La sua serie fotografica "Strangers" ci porta direttamente al cuore della vicenda, mostrando uomini e donne costretti a confrontarsi con le autorità, dopo aver già affrontato le atrocità delle prigioni libiche. Le sue immagini catturano lo sguardo carico di dolore e un passato da dimenticare, in un presente incerto e nelle mani di altri.
Lo stile di Matias Costa è diretto e incisivo, trasmettendo l'essenza dello smarrimento e della vulnerabilità. Egli si sofferma sui volti e sui corpi segnati, permettendo al pubblico di percepire la brutalità della privazione di dignità. L'Occidente, impaurito, reagisce con le modalità che conosce, spesso inadeguate a fronteggiare la complessità della situazione.
"Stranger" non è solo una raccolta di fotografie; è il racconto di una giornata nella vita di coloro che sono considerati gli ultimi, di persone nate nel posto "sbagliato", che lottano per garantirsi diritti che per altri sono dati per scontati. In un mondo che sembra aver perso ogni speranza, è essenziale riscoprire la nostra umanità e la compassione. Dobbiamo ricordare che tutti, almeno una volta nella vita, siamo stati stranieri. Se non impariamo dai nostri errori e non ci riconosciamo nell'ultimo degli uomini, il nostro vivere rischia di essere vano. La sfida è grande, ma la storia ci insegna che solo riconoscendo l'umanità in ogni individuo possiamo aspirare a un futuro condiviso e più giusto.