Sveglia, ragazzi: il vero terrorismo è l’ignoranza che ci abita

29.03.2026

EDITORIALE | ABEL GROPIUS



Perché il vero problema non è chi urla più forte, ma chi ascolta senza filtrare, chi replica senza riflettere, chi si lascia sedurre da slogan che sembrano verità solo perché sono semplici, immediati, digeribili. È così che si costruisce una società fragile, manipolabile, pronta a credere a tutto e al contrario di tutto. Una società che non si accorge di essere nutrita con menzogne travestite da buon senso, con indignazioni prefabbricate, con paure che non ci appartengono ma che finiscono per governarci. Viviamo in un'epoca in cui il pericolo più grande non è nascosto nei sotterranei della storia, né nelle ombre di qualche potere oscuro, ma nelle parole che ripetiamo senza pensarci, nei discorsi che condividiamo senza comprenderli, nelle opinioni che adottiamo come fossero tatuaggi identitari. È un terrorismo silenzioso, inconsapevole, che non ha bisogno di bombe: gli basta la superficialità. E spesso, senza accorgercene, ne diventiamo complici. 



E allora sì, può capitare di diventare "terroristi a propria insaputa": basta condividere un'idea senza verificarla, basta ripetere un concetto che non ci appartiene, basta usare un linguaggio che non abbiamo scelto ma che ci ha scelti. È così che si alimenta un clima di sfiducia, di sospetto, di conflitto permanente. È così che si affossano le persone invece di elevarle, che si sfruttano le fragilità invece di curarle, che si creano diseguaglianze invece di combatterle.

Perché la verità è semplice: quando impedisci agli altri di capire, stai costruendo la tua stessa prigione. Quando contribuisci a diffondere ignoranza, stai preparando il terreno allo sfacelo collettivo. E non c'è nulla di più pericoloso di una società che rinuncia a pensare.

I giovani questo lo devono sapere. Devono sapere che ogni parola è un atto politico nel senso più alto del termine: non perché sostiene un partito, ma perché costruisce o distrugge il mondo in cui viviamo. Devono sapere che la responsabilità non è un peso, ma un potere. Che la conoscenza non è un lusso, ma un'arma di liberazione. Che la complessità non è un nemico, ma l'unico antidoto alla manipolazione.

E soprattutto devono ricordare una cosa che gli adulti spesso dimenticano: dentro ciascuno di noi c'è ancora un bambino che chiede onestà, che chiede coraggio, che chiede di essere guardato negli occhi senza maschere. Quel bambino non sopporta la menzogna, non tollera la mediocrità, non si inginocchia davanti al potere. Quel bambino sa che il denaro è una cosa vile quando diventa l'unico metro di giudizio, e che la prostrazione al potere è una forma di schiavitù che si traveste da successo.

Redimersi non significa confessare colpe, ma riconoscere la propria parte di responsabilità nel mondo. Significa smettere di delegare il pensiero agli altri. Significa avere il coraggio di dire: "Posso fare meglio. Posso capire di più. Posso essere più libero".

Queste tre frasi non sono un mantra motivazionale, né l'ennesima formula da poster motivazionale: sono un programma di vita, un atto di ribellione contro la pigrizia mentale che ci circonda, un invito a riprendere in mano la parte più autentica di noi stessi. Perché migliorare, capire e liberarsi non sono tre azioni separate: sono tre movimenti dello stesso respiro, tre direzioni che convergono verso un'unica forma di maturità, quella che ci permette di non essere più spettatori passivi del mondo, ma protagonisti consapevoli.

Posso fare meglio significa riconoscere che la nostra prima responsabilità è verso noi stessi: non verso l'immagine che proiettiamo, non verso l'approvazione degli altri, ma verso la qualità delle nostre scelte. Fare meglio non è una gara, è un processo. È la capacità di guardare con lucidità i nostri automatismi, i nostri errori, le nostre reazioni istintive, e decidere che non vogliamo restare prigionieri di ciò che siamo stati ieri. Fare meglio è un atto di coraggio, perché implica la disponibilità a cambiare rotta, a rivedere convinzioni, a mettere in discussione ciò che ci sembrava ovvio. È un gesto di dignità verso la nostra intelligenza.

Posso capire di più è la naturale conseguenza di questo movimento. Capire non significa accumulare informazioni, ma imparare a leggere il mondo senza lasciarsi ingannare dalle semplificazioni. Significa accettare la complessità come condizione naturale della realtà, e non come un ostacolo. Significa riconoscere che ogni fenomeno sociale, culturale o politico è un intreccio di cause, storie, interessi, fragilità. Capire di più è un atto rivoluzionario, perché ci sottrae alla manipolazione, ci rende meno vulnerabili alle narrazioni tossiche, ci permette di distinguere ciò che è vero da ciò che è utile a qualcuno che non siamo noi. Capire di più è un atto di emancipazione.

Posso essere più libero è il punto di arrivo, ma anche il punto di partenza. La libertà non è un dono che ci viene concesso, è una conquista quotidiana. Non è l'assenza di limiti, ma la capacità di scegliere quali limiti accettare e quali superare. Essere più liberi significa non lasciarsi definire dalle paure degli altri, non farsi trascinare dalle correnti del conformismo, non confondere la comodità con la felicità. La libertà è un esercizio di responsabilità: più comprendiamo, più possiamo scegliere; più scegliamo, più diventiamo noi stessi.


Lo studio come atto di resistenza

In un mondo che ci vuole rapidi, reattivi, distratti, lo studio è un gesto sovversivo. Non è solo un accumulo di nozioni, né una tappa obbligata nel percorso verso un lavoro: è un atto di resistenza contro la superficialità, contro la manipolazione, contro l'ignoranza che ci viene servita come verità. Studiare significa scegliere di non accontentarsi, di non lasciarsi definire da ciò che è immediato, di non essere schiavi del pensiero altrui.

Lo studio è il primo passo verso la libertà. Non quella libertà finta, fatta di scelte preconfezionate e desideri indotti, ma quella vera, che nasce dalla capacità di comprendere, di interrogare, di mettere in discussione. Chi studia non è più solo un consumatore di idee: diventa un creatore di senso, un interprete del mondo, un costruttore di alternative. E questo è ciò che il potere teme di più.

Il pensiero critico è la sua arma gemella. È ciò che ci permette di distinguere tra ciò che ci viene detto e ciò che è realmente utile, tra ciò che appare e ciò che è. È il filtro che ci salva dalla propaganda, dalla demagogia, dal populismo che si nutre di slogan e semplificazioni. Pensare criticamente significa non farsi abbacinare dalle luci artificiali del consenso, ma cercare la verità anche quando è scomoda, anche quando è complessa, anche quando ci obbliga a cambiare idea.

Per questo lo studio e il pensiero critico non sono mai neutri: sono atti politici, nel senso più profondo del termine. Sono scelte che determinano il tipo di società che vogliamo costruire. Una società che pensa è una società che può cambiare. Una società che studia è una società che non si lascia ingannare. Una società che coltiva la complessità è una società che non si piega alla paura.

Ai giovani questo va detto con chiarezza: non studiate per compiacere, studiate per liberarvi. Non pensate per essere approvati, pensate per essere autentici. Non cercate risposte facili, cercate domande vere. Perché solo chi ha il coraggio di pensare può davvero scegliere. E solo chi sceglie può davvero vivere.


Trovare la propria strada: quando il lavoro diventa gioco

Lo studio non è solo un mezzo per acquisire competenze: è una lente che ci permette di vedere il mondo con occhi nuovi, di riconoscere ciò che ci appassiona, di intuire dove possiamo fiorire. È attraverso lo studio che impariamo a distinguere tra ciò che ci viene imposto e ciò che ci chiama, tra ciò che è utile e ciò che è vitale. E quando questa comprensione si intreccia con il pensiero critico, nasce qualcosa di raro: la possibilità di trasformare il lavoro in gioco, la professione in vocazione, la fatica in danza.

Pensare criticamente significa non accettare passivamente il destino che altri hanno scritto per noi. Significa interrogare i modelli, decostruire le aspettative, rifiutare le etichette. È in questo spazio di libertà che possiamo iniziare a chiederci: cosa mi fa vibrare? Cosa mi fa sentire vivo? Cosa mi permette di essere utile senza smettere di essere me stesso?

Quando lo studio incontra queste domande, non è più un obbligo: è esplorazione. È come aprire una mappa che non ci dice dove andare, ma ci insegna a leggere il paesaggio. E allora ogni disciplina diventa un territorio da attraversare, ogni competenza una chiave per aprire porte che non sapevamo esistessero. È così che si scopre la propria strada: non seguendo un sentiero già tracciato, ma costruendolo passo dopo passo, con curiosità e coraggio.

E quando questa strada coincide con ciò che amiamo, il lavoro smette di essere una condanna. Diventa gioco. Non nel senso di leggerezza superficiale, ma nel senso più profondo: il gioco come spazio creativo, come esercizio di libertà, come forma di espressione. Il gioco è ciò che facciamo quando siamo completamente immersi, quando il tempo si dissolve, quando la fatica si trasforma in energia. È ciò che accade quando il lavoro non ci consuma, ma ci espande.

Per questo lo studio e il pensiero critico sono strumenti di giustizia: perché ci permettono di non accontentarci di sopravvivere, ma di vivere pienamente. Di non adattarci a un ruolo, ma di inventarlo. Di non cercare solo sicurezza, ma significato.

Ai giovani va detto con chiarezza: non cercate il lavoro perfetto, cercate il gioco che vi appartiene. Non inseguite la carriera come fosse una scala da scalare, ma come fosse un campo da esplorare. E per farlo, studiate. Pensate. Interrogate. Sbagliate. Cambiate idea. Solo così il lavoro diventerà un gioco per tutta la vita. E la vita, finalmente, sarà vostra.


In un mondo che ci vuole prevedibili, reattivi, facilmente influenzabili, queste tre frasi sono un atto di resistenza. Sono un modo per ricordarci che la nostra mente non è un contenitore da riempire, ma un territorio da coltivare. Che la nostra voce non è un'eco, ma un seme. Che la nostra presenza nel mondo non è un accidente, ma un'opportunità.

E allora sì: possiamo fare meglio, possiamo capire di più, possiamo essere più liberi. Non perché qualcuno ce lo concede, ma perché scegliamo di esserlo.

E allora sì, la redenzione è l'unica alternativa. Non perché siamo colpevoli, ma perché siamo vivi. E vivere significa scegliere ogni giorno se essere parte del problema o parte della soluzione.


IN ALTRE PAROLE


La resistenza che ci riguarda tutti

E allora le parole di Angelica Verdecchia risuonano come un monito e una promessa: "Siamo pronti a resistere a violenza, armi e repressione." Non è solo la dichiarazione di una giovane donna che affronta il mondo con la schiena dritta; è il riflesso di una generazione che ha capito che la vera resistenza non si fa con la rabbia, ma con la lucidità. Non con l'odio, ma con la conoscenza. Non con la forza bruta, ma con la forza del pensiero.

Resistere oggi significa non lasciarsi schiacciare dalla paura, non cedere alla semplificazione, non diventare strumenti inconsapevoli di chi vuole dividere, confondere, manipolare. Significa scegliere la complessità quando tutto ci spinge verso il bianco e nero. Significa difendere la dignità del dialogo, la profondità dello studio, la libertà del pensiero critico.

E soprattutto significa ricordare che la violenza non si combatte con altra violenza, ma con la capacità di immaginare un mondo diverso. Un mondo in cui il lavoro è gioco, la conoscenza è emancipazione, la libertà è responsabilità. Un mondo in cui ognuno di noi può dire, senza tremare: "Posso fare meglio. Posso capire di più. Posso essere più libero".

Questa è la resistenza che ci riguarda tutti. Questa è la strada che possiamo scegliere. Il resto è solo rumore.




Perché il vero problema non è chi urla più forte, ma chi ascolta senza filtrare, chi replica senza riflettere, chi si lascia sedurre da slogan che sembrano verità solo perché sono semplici, immediati, digeribili. È così che si costruisce una società fragile, manipolabile, pronta a credere a tutto e al contrario di tutto. Una società che non si...

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