Sulla genialità umana e sul desiderio di superare il limite

26.01.2026

C'è un filo sottilissimo, quasi impercettibile ma tenace come una radice antica, che attraversa la storia dell'umanità e che lega l'uomo primitivo che incideva segni sulle pareti di una grotta all'individuo contemporaneo che scala un grattacielo di cinquecento metri senza corda, sfidando la gravità e la statistica con la stessa naturalezza con cui altri sfidano la noia quotidiana. È un filo che i testi del passato — da Eraclito a Seneca, da Pascal a Simmel — hanno tentato di descrivere, ciascuno con il proprio linguaggio, come se intuire la natura di questa tensione significasse comprendere qualcosa di essenziale sulla condizione umana. 



Perché l'uomo, a differenza di ogni altro animale, non si accontenta di sopravvivere: vuole eccedere. Vuole spingersi oltre il perimetro del possibile, non per vanità ma per una sorta di esigenza ontologica, come se la sua identità non fosse mai data una volta per tutte ma dovesse essere continuamente riconquistata attraverso il confronto con ciò che lo supera. È ciò che i Greci chiamavano hybris e che però, in una lettura più profonda, non è solo tracotanza: è la consapevolezza che la vita, per essere piena, deve essere attraversata da un rischio, da una soglia, da un margine di vertigine.

Alex Honnold, arrampicandosi senza corda sul Taipei 101, non compie soltanto un gesto atletico; compie un gesto antropologico. Diventa, suo malgrado, un interprete di quella spinta che ha portato l'uomo a navigare oceani sconosciuti, a costruire cattedrali impossibili, a interrogare il cielo con strumenti sempre più raffinati. La sua impresa è un frammento contemporaneo di un poema antichissimo: quello dell'uomo che tenta di misurarsi con l'infinito pur sapendo e riconoscendo di "essere finito".

I testi del passato ci ricordano che questa tensione non è un capriccio, ma una struttura profonda dell'esistenza. Nietzsche parlava dell'uomo come di un ponte, non come di una meta; Durkheim vedeva nella ricerca del limite una forma di trascendenza laica, un modo per sottrarsi alla banalità del quotidiano; Hannah Arendt, riflettendo sulla natalità, ci ricordava che ogni azione autentica è un inizio, un atto che rompe la continuità e apre un varco nel reale. E ancora, Simone Weil, con la sua lucidità tagliente, sosteneva che l'uomo è grande solo quando si misura con ciò che lo supera, perché è in quel confronto che scopre la propria verità.






La genialità umana — quella vera, quella che non coincide con il talento ma con la capacità di abitare il limite — è stata spesso bistrattata, ridotta a eccentricità, patologizzata, derisa o temuta. Eppure è proprio grazie a questa genialità che l'umanità ha avanzato di un passo ogni volta che sembrava condannata alla stasi. La genialità non è un dono per pochi: è una possibilità per tutti, ma richiede un coraggio che non tutti sono disposti a esercitare. Richiede la capacità di sopportare la solitudine, di sfidare il giudizio altrui, di sostenere la tensione tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.

In un mondo che tende a normalizzare, a semplificare, a ridurre l'esperienza umana a un insieme di protocolli e procedure, gesti come quello di Alex Honnold diventano simboli disturbanti, quasi scandalosi, perché ricordano che la vita non è fatta per essere amministrata ma per essere vissuta. E vissuta fino in fondo, con quella qualità di attenzione che i filosofi chiamavano cura di sé e che oggi rischiamo di smarrire nella distrazione permanente.

Forse il messaggio più potente che possiamo trarre da tutto questo non è un invito all'emulazione — sarebbe ingenuo e irresponsabile — ma un invito alla presenza. A riconoscere che il tempo è limitato, sì, ma che proprio per questo può essere trasformato in qualcosa di irripetibile. A comprendere che la genialità non è un atto spettacolare, ma un modo di stare nel mondo: con radicalità, con lucidità, con quella forma di coraggio silenzioso che permette di dire io ci sono, anche quando tutto intorno sembra chiedere il contrario.

In fondo, i testi del passato ci hanno sempre detto la stessa cosa: l'uomo è grande non quando è sicuro, ma quando è esposto. Non quando evita la vertigine, ma quando la attraversa con consapevolezza. Non quando si protegge, ma quando si apre.

E forse è proprio in questa apertura — fragile, rischiosa, luminosa — che si nasconde la nostra più autentica forma di genialità.


Alex Honnold 


L'unico essere umano ad aver scalato in free solo il monolite roccioso di 3000 piedi di Yosemite, El Capitan. Nessuna corda, completamente solo. La sua abilità straordinariamente rara e la concentrazione mentale senza pari lo hanno reso una figura trascendente e rivoluzionaria nel mondo dell'arrampicata, ispirando milioni di persone in tutto il mondo.

Oltre alla sua storica impresa del 2017 su El Capitan, raccontata nel film vincitore dell'Oscar Free Solo, Alex è semplicemente uno dei più instancabili, certamente tra i più realizzati, e tra i più grandi arrampicatori di tutti i tempi. Le sue imprese hanno spalancato le porte dello sport dell'arrampicata al grande pubblico, portandolo sotto i riflettori dei media mainstream come 60 Minutes, The New York Times e la copertina di National Geographic. Alex continua a spingersi oltre, costruendo un curriculum unico, segnato da record di velocità sulla via The Nose, dalla celebre "Triple Solo" in 24 ore su Mt. Watkins, Half Dome ed El Capitan, e da spedizioni all'avanguardia in Antartide, Sud America, Groenlandia e altrove.

Umile e schivo, ha profonda gratitudine per il ruolo che occupa nella cultura e lo utilizza per il bene comune. Nel 2012, Alex ha fondato la Honnold Foundation, un'organizzazione non profit ambientale che fornisce sovvenzioni a realtà impegnate nell'espansione dell'accesso all'energia solare in tutto il mondo. La loro visione è semplice: migliorare la vita delle persone e ridurre l'impatto ambientale. Solo nel 2021, la Honnold Foundation ha sostenuto 44 comunità in 17 paesi, tutte focalizzate su innovazioni comunitarie catalizzate dall'energia solare.

Alex è sempre alla ricerca di occasioni per condividere storie legate allo sport che ama. Come conduttore del podcast Climbing Gold, esplora le narrazioni uniche della cultura dell'arrampicata che lo hanno inizialmente attratto. Recentemente ha guidato diversi progetti documentaristici e televisivi a tema ambientale, mettendo le sue abilità al servizio dell'esplorazione di angoli remoti del pianeta.

Alex vive a Las Vegas con sua moglie Sanni e le loro figlie, June e Alice.



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