Lucyna Kolendo: cartografare la memoria, reinventare il presente

13.03.2026

In un'epoca in cui l'immagine sembra consumarsi nella rapidità dello sguardo, il lavoro di Lucyna Kolendo (Gdańsk, 1988) si muove in direzione opposta: rallenta, ascolta, sedimenta. La sua ricerca fotografica — nutrita da incursioni nel filmico e nel sonoro — è un'indagine ostinata sulle forme in cui la memoria si manifesta, si nasconde, si trasforma. Non un archivio, ma un organismo vivo, permeabile, in continua mutazione.

Lucyna Kolendo appartiene a quella generazione di artiste che non concepiscono la fotografia come un dispositivo di registrazione, bensì come un campo di forze: un luogo dove l'immagine diventa esperienza, relazione, presenza. La sua formazione — dall'Accademia di Belle Arti di Gdańsk agli anni trascorsi alla University of Arts and Industrial Design di Linz — ha consolidato una pratica che intreccia rigore tecnico e apertura sperimentale, lasciando che ogni progetto si costruisca attraverso un processo di ascolto, immersione e trasformazione continua.


La fotografia come ricerca aperta

Ciò che distingue il percorso di Lucyna Kolendo è la sua capacità di mantenere la ricerca in uno stato di costante disponibilità: nulla è mai concluso, nulla è mai fissato definitivamente. L'artista accetta che l'immagine sia un territorio instabile, che il senso emerga solo attraverso l'attrito tra percezione, memoria e contesto.

Il suo primo progetto di lunga durata, sviluppato nel 2016 all'interno dello Sputnik Mentoring Programme, segna un punto di svolta: la fotografia diventa strumento per interrogare ciò che resta, ciò che sfugge, ciò che si stratifica nel tempo. Da allora, ogni lavoro è un tentativo di avvicinarsi a quella soglia in cui il ricordo non è più solo evocazione, ma materia sensibile, quasi tattile.

Sperimentare la memoria: tra immagine, suono e performance

La ricerca di Lucyna non si limita al linguaggio fotografico. Il suo interesse per il suono e per la dimensione performativa emerge con forza nel progetto "Voiceover", realizzato insieme a Julie Myers e Bojan Mucko nell'ambito del programma Corners of Europe. L'opera, sviluppata in quattro diverse località europee, è un esempio emblematico del suo approccio: un lavoro corale, costruito attraverso l'interazione con le comunità locali, dove la memoria collettiva diventa un paesaggio da attraversare e restituire in forma di esperienza condivisa .

La sua attenzione per la dimensione sensoriale — ciò che gli oggetti trattengono, ciò che i luoghi suggeriscono, ciò che il corpo ricorda — si traduce in una pratica che non teme l'ibridazione. Fotografia, video, field recordings: ogni medium è un varco, un modo per ampliare la percezione e costruire nuove modalità di ascolto del reale.

Premi, riconoscimenti e un'etica della presenza

Il Premio Hubert Sielecki ricevuto al Tricky Women Film Festival di Vienna conferma la forza del suo sguardo e la capacità di trasformare l'immagine in un dispositivo narrativo complesso, capace di tenere insieme intimità e dimensione politica. Perché il lavoro di Kolendo, pur non essendo mai dichiaratamente militante, è profondamente radicato nel presente: nelle sue comunità, nei suoi spazi, nelle sue fragilità.

Il suo interesse per il valore sociale dell'arte — come strumento di cittadinanza, come pratica di relazione — emerge anche nel suo ruolo attuale di assistente presso la Facoltà di Intermedia dell'Accademia di Belle Arti di Gdańsk, dove accompagna nuove generazioni di artisti nella costruzione di un linguaggio consapevole e permeabile al mondo .

Una poetica del presente

In definitiva, la ricerca di Lucyna Kolendo può essere letta come un tentativo di documentare il presente attraverso le sue memorie. Non per nostalgia, ma per rivelare ciò che spesso resta invisibile: le vibrazioni dei luoghi, le storie minime delle comunità, le tracce che gli oggetti portano con sé.

La sua fotografia non offre risposte, ma apre varchi. Non descrive, ma evoca. Non cattura, ma restituisce. È un invito a guardare il mondo come un insieme di strati, di risonanze, di presenze che chiedono di essere ascoltate.

In un tempo che tende a semplificare, Kolendo sceglie la complessità. In un tempo che accelera, lei rallenta. In un tempo che consuma le immagini, lei le trasforma in luoghi di incontro.

Ed è forse qui che risiede la forza più profonda del suo lavoro: nella capacità di ricordarci che ogni immagine è, prima di tutto, un atto di relazione.




Lucyna Kolendo: la memoria come geografia sensibile

Nel lavoro di Lucyna Kolendo la memoria non è un deposito di immagini, ma un territorio vivo, un campo di forze in cui luoghi, persone e oggetti si rivelano attraverso stratificazioni sensoriali. La sua pratica — che intreccia fotografia analogica, suono, radio, testo e, più recentemente, esperienze tattili — si fonda su un principio radicale: documentare per comprendere, raccogliere tracce per restituire un'immagine più profonda del presente.

Oggi l'artista vive e lavora tra Gdańsk e Austin, Texas, e insegna come Assistant Professor al Dipartimento di Fotografia dell'Accademia di Belle Arti di Gdańsk, di cui sarà Head of Department nel biennio 2024–2025 . La sua traiettoria accademica e professionale, che include anche un periodo al National Museum di Gdańsk e studi alla University of Arts and Industrial Design di Linz, ha consolidato un approccio interdisciplinare e profondamente situato.

Un metodo che nasce dall'ascolto

Kolendo descrive il proprio lavoro come un gesto semplice: guardare, ascoltare, registrare. Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde un processo di immersione lenta, quasi meditativa, in cui l'artista si lascia guidare dai luoghi e dalle persone che incontra.

Osservo la vita quotidiana e presto attenzione agli oggetti di tutti i giorni, cercando memorie attraverso tutti i sensi.
Attraverso la quiete, inizio a capire cosa uno spazio mi chiede.

La fotografia, in questo contesto, non è mai un fine: è uno strumento che segue il contenuto, un mezzo tra gli altri per far emergere storie che spesso restano ai margini. Le sue opere nascono da conversazioni intime, da suoni raccolti sul campo, da gesti minimi che diventano rivelatori. L'artista crea situazioni in cui le persone possano sentirsi a proprio agio nel raccontarsi, e in cui la memoria individuale si intrecci con quella collettiva.



La memoria come pratica relazionale

Il lavoro di Lucyna Kolendo si colloca in una dimensione che potremmo definire etnografica ma non documentaria, poetica ma non astratta. È un'indagine sul modo in cui i luoghi trattengono storie, su come gli oggetti diventino depositari di esperienze, su come il corpo possa farsi antenna per percepire ciò che non è immediatamente visibile.

Questa attenzione alla relazione emerge con forza nei progetti sviluppati in contesti comunitari, come Voiceover (2015–2017), realizzato in collaborazione con Julie Myers e Bojan Mucko in diverse città europee. Qui la memoria diventa un processo condiviso, un dispositivo performativo che coinvolge abitanti, spazi pubblici, archivi sonori e narrazioni locali.

Allo stesso modo, opere come Report: Visaginas, Please, touch the exhibits! o I can get to know you mostrano come la sua ricerca si radichi nei territori attraversati, trasformando l'atto del documentare in un gesto di cura e di ascolto profondo.

Un archivio sensoriale del presente

Negli ultimi anni, la pratica di Lucyna Kolendo si è fatta sempre più esperienziale, includendo il tatto come ulteriore strato percettivo. Le sue installazioni e i suoi progetti radiofonici ampliano il campo della fotografia, trasformandola in un ecosistema di segni e sensazioni.

Il suo percorso espositivo — che spazia da festival internazionali a istituzioni come la National Gallery of Art di Sopot, l'European Solidarity Centre, il City Culture Institute di Gdańsk — testimonia una ricerca in continua evoluzione, capace di dialogare con contesti diversi senza perdere la propria coerenza interna .

Anche i numerosi riconoscimenti, tra cui il Hubert Sielecki Prize e le borse culturali della città di Gdańsk, confermano la rilevanza di un lavoro che unisce rigore, sensibilità e una profonda attenzione per le comunità.

Tra pedagogia e pratica artistica

Parallelamente alla produzione artistica, Kolendo porta avanti un'intensa attività didattica e curatoriale. Il suo ruolo all'Accademia di Gdańsk non è solo accademico: è un'estensione naturale della sua poetica, un modo per trasmettere alle nuove generazioni un'idea di fotografia come pratica critica, relazionale e multisensoriale.

Le sue conferenze, i workshop internazionali e le partecipazioni a giurie e festival mostrano una figura che vive l'arte come un processo di scambio continuo, in cui l'ascolto è tanto importante quanto la produzione.

Una poetica della presenza

In un mondo saturo di immagini veloci, il lavoro di Lucyna Kolendo invita a un'altra temporalità: quella della presenza, dell'attenzione, della cura. Le sue opere non cercano di spiegare il reale, ma di abitarlo; non vogliono rappresentare la memoria, ma attivarla.

La sua ricerca ci ricorda che documentare non significa fissare, ma aprire: aprire spazi di dialogo, aprire possibilità di lettura, aprire varchi attraverso cui il presente può essere compreso nella sua complessità.

Kolendo costruisce così una geografia sensibile del mondo, fatta di storie minime, di suoni raccolti per strada, di oggetti che parlano, di luoghi che chiedono di essere ascoltati. Una geografia che non si limita a descrivere, ma che trasforma chi la attraversa.



C'è un punto — sottile come una membrana, ma resistente come un diaframma — in cui l'architettura smette di essere un fatto materiale e diventa un fatto percettivo. Non è un luogo fisico, non è un dettaglio costruttivo: è un istante. Un istante in cui la materia si lascia attraversare dallo sguardo, e lo sguardo, a sua volta, diventa materia...

In un'epoca in cui l'immagine sembra consumarsi nella rapidità dello sguardo, il lavoro di Lucyna Kolendo (Gdańsk, 1988) si muove in direzione opposta: rallenta, ascolta, sedimenta. La sua ricerca fotografica — nutrita da incursioni nel filmico e nel sonoro — è un'indagine ostinata sulle forme in cui la memoria si manifesta, si nasconde, si...