
🜂 La tempesta perfetta: il sistema, il carcere, Corona e il culto del disallineato
Ci sono individui che non si possono più fermare. Non perché siano invincibili, ma perché sono diventati il prodotto di un sistema che ha smesso di credere nella rieducazione, nella riparazione, nella trasformazione. Fabrizio Corona è uno di questi. E chi non ha mai vissuto il carcere — non come luogo di espiazione, ma come laboratorio di aggressività , come fabbrica di tensione, come incubatore di rancore — non può comprendere fino in fondo la traiettoria che lo ha portato a diventare ciò che è: un uomo che non ha più nulla da perdere, e che proprio per questo può permettersi di fare ciò che nessun altro osa.
Il carcere italiano, nella sua forma più cruda, non è uno spazio di reinserimento, ma di esclusione. Non è una soglia da attraversare per tornare alla società , ma una ferita che si riapre ogni volta che "si tenta di rientrare". E chi ne esce, spesso, non è più lo stesso: non perché abbia riflettuto, ma perché ha imparato a sopravvivere. E la sopravvivenza, in certi contesti, non è un atto di resistenza, ma di trasformazione identitaria. Si diventa altro. Si diventa più duri, più spigolosi, più impermeabili. Si sviluppa una forma di narcisismo difensivo che, se alimentato dalla visibilità , può mutare in onnipotenza percepita.
Corona incarna questa mutazione. Non è più solo un uomo, ma un personaggio, un simbolo, una macchina narrativa che si autoalimenta. Il suo narcisismo non è vanità , ma struttura: è il modo in cui si protegge, si espone, si giustifica. È il modo in cui trasforma ogni attacco in carburante, ogni censura in amplificazione, ogni processo in palcoscenico. E in questo meccanismo, il sistema che lo vorrebbe fermare si trova intrappolato: perché ogni tentativo di silenziarlo lo rafforza, ogni denuncia lo legittima, ogni provvedimento lo consacra come figura di rottura.
È la tempesta perfetta. Da un lato, un sistema che andrebbe affrontato con la stessa pervicacia con cui lui lo sfida: un sistema che ha prodotto mostri, che ha normalizzato il compromesso, che ha smesso di distinguere tra legalità e legittimità , che ha costruito la propria autorità sulla gestione del silenzio. Dall'altro, la persona perfetta per incarnare questa sfida: un uomo che non ha paura, che non ha più nulla da perdere, che ha trasformato la propria marginalità in potere, che ha fatto della propria biografia una narrazione epica, che ha convertito la condanna in consacrazione.
E in mezzo, un popolo. Milioni di giovani che lo osannano, lo emulano, lo seguono non perché ne condividano ogni parola, ma perché in lui vedono qualcosa che li rappresenta: la rabbia, la disillusione, il desiderio di rompere, di gridare, di non essere più invisibili. Corona è il riflesso di una generazione che non si fida più delle istituzioni, che non crede più nella giustizia come equità , che ha visto troppi compromessi, troppi silenzi, troppi volti puliti dietro cui si nasconde la stessa sporcizia che lui espone senza pudore.
E allora, sì: lo si può denunciare, lo si può multare, lo si può censurare. Ma non lo si può più fermare. Perché ciò che lo muove non è la vendetta, ma la necessità . E ciò che lo sostiene non è il consenso, ma il vuoto che ha lasciato chi avrebbe dovuto parlare prima di lui.

Ci sono individui che non si possono più fermare. Non perché siano invincibili, ma perché sono diventati il prodotto di un sistema che ha smesso di credere nella rieducazione, nella riparazione, nella trasformazione. Fabrizio Corona è uno di questi. E chi non ha mai vissuto il carcere — non come luogo di espiazione, ma come laboratorio di...
C'è un filo sottilissimo, quasi impercettibile ma tenace come una radice antica, che attraversa la storia dell'umanità e che lega l'uomo primitivo che incideva segni sulle pareti di una grotta all'individuo contemporaneo che scala un grattacielo di cinquecento metri senza corda, sfidando la gravità e la statistica con la stessa naturalezza con cui...



