La mutazione antropologica nell’era algoritmica

12.03.2026

EDITORIALE | PERSEFONE GALIMBERTI 


Quando Pasolini, negli anni Settanta, parlava di "mutazione antropologica", individuava un processo che non si limitava a trasformare i comportamenti esteriori degli italiani, ma che interveniva nella struttura stessa del desiderio, nella grammatica profonda dell'immaginazione, nella forma attraverso cui gli individui si percepivano e si rappresentavano nel mondo; oggi, a distanza di mezzo secolo, possiamo riconoscere come quella diagnosi non solo non abbia perso forza, ma abbia trovato un terreno di realizzazione ancora più radicale, poiché il consumismo che Pier Paolo Pasolini osservava come dispositivo di omologazione si è evoluto in un ecosistema digitale capace di operare non più soltanto sulla sfera dei bisogni o delle aspirazioni, ma direttamente sui processi cognitivi, sulle emozioni, sulle micro‑decisioni quotidiane che costituiscono la trama invisibile della soggettività contemporanea.

Il passaggio decisivo, che segna la differenza tra la società dei consumi e la società algoritmica, consiste nel fatto che il potere non si limita più a sedurre attraverso immagini, modelli o narrazioni, ma costruisce ambienti interattivi che anticipano, orientano e talvolta pre‑producono il desiderio stesso; ciò significa che la colonizzazione non avviene più attraverso la promessa di un oggetto da acquistare, bensì attraverso la modellazione dell'attenzione, che diventa la risorsa primaria da catturare, distribuire e monetizzare. In questo senso, la mutazione antropologica non riguarda più soltanto l'omologazione dei comportamenti, ma la trasformazione della mente in un'interfaccia continuamente sollecitata, misurata e ottimizzata, dove il confine tra ciò che vogliamo e ciò che ci viene suggerito si fa sempre più poroso, fino a dissolversi in un flusso di micro‑stimoli che definiscono la nostra esperienza del mondo prima ancora che ne diventiamo consapevoli.

Se Pasolini denunciava la scomparsa delle culture popolari e delle differenze locali, sostituite da un modello consumista uniforme, oggi assistiamo a un fenomeno apparentemente opposto ma sostanzialmente analogo: la proliferazione di identità digitali, di stili, di estetiche e di micro‑comunità che sembrano moltiplicare le possibilità espressive, ma che in realtà rispondono a logiche di visibilità e di performatività imposte dalle piattaforme; l'individuo non è più omologato perché costretto a somigliare agli altri, ma perché costretto a essere leggibile, misurabile, comparabile, e dunque a produrre una versione di sé che sia compatibile con gli algoritmi di raccomandazione e con le economie dell'attenzione. In questo senso, l'apparire di cui parlava Pasolini non è più un gesto estetico o sociale, ma un requisito funzionale: esistere significa essere tracciabili, e ciò che non è visibile non è reale, non circola, non conta.

La mutazione antropologica contemporanea si manifesta dunque come una trasformazione della soggettività in dato, della relazione in interazione, del desiderio in previsione statistica; e il potere, che Pasolini descriveva come seduttivo e non repressivo, diventa oggi un potere predittivo, capace di intervenire non tanto sulle scelte, quanto sulle condizioni che rendono alcune scelte più probabili di altre. La libertà non viene negata, ma resa superflua, perché il sistema offre costantemente ciò che "ci piace", ciò che "fa per noi", ciò che "potrebbe interessarci", riducendo lo spazio dell'imprevisto, dell'inatteso, dell'inutile — cioè di tutto ciò che, nella tradizione umanistica, costituiva il nucleo generativo del desiderio.

In questo scenario, la questione non è opporre una sterile nostalgia per un passato più autentico, né demonizzare la tecnologia come se fosse un agente autonomo; si tratta piuttosto di comprendere come la mutazione antropologica descritta da Pasolini ci obblighi oggi a ripensare la nozione stessa di soggettività, interrogandoci su quali spazi di opacità, di non‑visibilità, di non‑produttività possano ancora esistere in un mondo che tende a trasformare ogni gesto in contenuto, ogni relazione in dato, ogni desiderio in previsione. La sfida, forse, consiste nel recuperare la possibilità di desiderare senza essere osservati, di immaginare senza essere guidati, di esistere senza essere continuamente tradotti in un linguaggio computabile; ed è in questa tensione, fragile ma necessaria, che si gioca la possibilità di una nuova antropologia, non più definita dalla seduzione del potere, ma dalla capacità di sottrarsi alle sue forme più sottili e pervasive.


Se c'è un tratto della modernità che incide con particolare violenza sulla percezione soggettiva dell'esistenza, questo è la rapidità con cui il cambiamento sociale si manifesta all'interno dell'arco temporale di una singola vita, trasformando ciò che in altre epoche sarebbe rimasto stabile e quasi immobile in un flusso continuo di mutazioni che investono identità, abitudini, aspettative e forme della convivenza. È proprio quando la trasformazione non si distribuisce lungo generazioni, ma si concentra nel tempo biografico degli individui, che la società smette di essere un orizzonte implicito e diventa un'esperienza tangibile, talvolta traumatica, imponendosi come presenza autonoma capace di ridefinire il senso stesso del vivere quotidiano. Per secoli, in molte regioni del mondo, la vita iniziava e finiva entro cornici culturali e materiali che non richiedevano interpretazioni né adattamenti: il mondo era ciò che era, e la sua continuità garantiva la continuità dell'esperienza. Pasolini, invece, appartiene a quella generazione che vede infrangersi questa lunga stabilità, trovandosi immerso nella Grande Trasformazione che, dagli anni Cinquanta, investe l'Italia con una velocità senza precedenti, convertendo in pochi anni una società contadina in una società industriale, una cultura del risparmio in una cultura del consumo, un sistema di valori conservativi in un immaginario acquisitivo e modernizzatore. La sua infanzia e adolescenza trascorse tra Veneto e Friuli, segnate da continui spostamenti ma radicate in un mondo rurale ancora integro, alimentano in lui un duplice sentimento destinato a diventare la cifra permanente della sua opera: da un lato un attaccamento profondo alla cultura originaria, percepita come luogo di autenticità e di relazioni non ancora contaminate; dall'altro una crescente sensazione di estraneità rispetto ai mutamenti impetuosi che ridefiniscono il volto dell'Italia e il carattere dei suoi abitanti. 

È in questa tensione tra appartenenza e distanza, tra radicamento e spaesamento, che si forma lo sguardo pasoliniano: uno sguardo capace di cogliere la portata antropologica del cambiamento proprio perché ne vive dall'interno la frattura, e che farà della sua marginalità non un limite, ma un punto di osservazione privilegiato per comprendere la metamorfosi profonda della società italiana. 


Libri che analizzano lo sguardo pasoliniano sulla mutazione antropologica


Gabriele Fadini – Pasolini con Lacan
Per una politica tra mutazione antropologica e discorso del capitalista

Un testo teorico di grande spessore che mette in dialogo Pasolini con Lacan, mostrando come la sua percezione della mutazione antropologica sia legata a una trasformazione profonda del desiderio e del legame sociale. Fadini è ideale se si vuole un approccio teorico e psicoanalitico, che mette Pasolini in dialogo con i grandi pensatori del Novecento.

Nicola Tranfaglia – Pasolini e la mutazione antropologica

Un saggio storico‑critico che ricostruisce il contesto degli anni Settanta e analizza gli articoli corsari e luterani in cui Pasolini elabora la sua diagnosi sulla "rivoluzione antropologica" italiana. Tranfaglia è perfetto per una lettura storica e sociologica, utile per comprendere il contesto della trasformazione italiana.

Pier Paolo Pasolini – Scritti corsari e Lettere luterane

Non sono studi su Pasolini, ma sono le fonti primarie in cui la sua analisi della trasformazione italiana — consumismo, omologazione, perdita delle culture popolari — si articola con maggiore forza. Gli Scritti corsari e le Lettere luterane sono indispensabili se si desidera la voce diretta di Pasolini, la sua analisi in presa diretta sulla "mutazione antropologica".

Studi contemporanei sulla sua critica al consumismo

Articoli e saggi recenti continuano a leggere Pasolini come un anticipatore della società dell'immagine e del consumo, sottolineando la sua capacità di cogliere la trasformazione antropologica come fenomeno culturale e politico.




Viviamo in un tempo in cui la paura non si manifesta più come urlo, ma come sussurro costante: si insinua nei gesti quotidiani, nelle scelte che crediamo autonome, nei silenzi che chiamiamo prudenza. Non è più il terrore che paralizza, ma l'ansia che regola, il timore che modella, la preoccupazione che addomestica. E' allora che ci viene in...