La libertà come dispositivo: anatomia di un’illusione necessaria

03.01.2026

AWARENESS | ABEL GROPIUS


C'è una parola che attraversa la storia come un talismano, una parola che gli Stati brandiscono con la stessa naturalezza con cui un generale solleva una bandiera: libertà. È una parola che consola, che mobilita, che rassicura. Ma soprattutto è una parola che copre. Copre ciò che non si può dire, ciò che non si vuole vedere, ciò che il potere non può permettersi di confessare.

La tesi di Canfora — che la libertà sia stata usata come giustificazione per guerre, invasioni, egemonie — non è solo un'analisi storica. È un invito a guardare la parola "libertà" come si guarda un oggetto troppo lucido: non per ammirarne il riflesso, ma per capire cosa sta cercando di nascondere.

La storia, se la si ascolta senza illusioni, ci mostra un meccanismo ricorrente: la libertà non è mai stata esportata; è stata utilizzata. È stata piegata, manipolata, trasformata in un lasciapassare morale per azioni che, nella loro nuda realtà, erano mosse da interessi di potere. 



Ma il punto decisivo — quello che apre davvero un discorso contemporaneo — è che questa torsione non appartiene solo alla geopolitica. Oggi la libertà è diventata un prodotto culturale, un'estetica, un format narrativo. Non è più solo il grido che precede una guerra: è lo slogan che accompagna una campagna pubblicitaria, la promessa implicita di ogni piattaforma digitale, il mantra di ogni azienda che vuole apparire innovativa. La libertà è diventata un marchio, un dispositivo che funziona perché tutti credono di sapere cosa significhi, mentre nessuno lo definisce davvero. E allora la domanda si sposta: cosa resta della libertà quando tutti la invocano? Quando la parola è così inflazionata da diventare trasparente, quando la sua forza simbolica è talmente abusata da non riuscire più a distinguere tra chi la difende e chi la usa come copertura? Forse la libertà, oggi, non è più un valore da proclamare, ma una pratica da esercitare. Una forma di vigilanza. Un gesto di sottrazione alle narrazioni che pretendono di parlare a nome nostro. Una capacità di riconoscere quando un ideale viene trasformato in un alibi, quando un principio diventa un pretesto, quando una parola smette di illuminare e comincia ad accecare. In questo senso, la libertà non è ciò che gli Stati promettono, ma ciò che i cittadini devono imparare a difendere da quelle stesse promesse. E forse l'unico modo per restituire peso a questa parola è proprio questo: ricominciare a interrogarla, a sottrarla alle retoriche che la svuotano, a riportarla nel territorio fragile e concreto delle scelte quotidiane. Perché la libertà, quando smette di essere un dispositivo, torna a essere ciò che è sempre stata: una possibilità, non una bandiera. Ora, proviamo ad unire tutti i puntini.. C'è un punto, nella storia recente del Venezuela, in cui la retorica della libertà ha smesso di essere un semplice slogan geopolitico ed è diventata un vero e proprio teatro. Un teatro in cui ogni attore — interno ed esterno — ha recitato la propria parte brandendo la parola "libertà" come un lasciapassare morale, come un sigillo di legittimità, come un'arma simbolica. È qui che il discorso di Canfora trova una risonanza quasi inquietante. Perché ciò che è accaduto in Venezuela non è un'eccezione: è un caso di scuola. Quando gli Stati Uniti hanno dichiarato di voler "ripristinare la democrazia" sostenendo un governo alternativo, non stavano inventando nulla di nuovo. Stavano riattivando un dispositivo antico: la libertà come giustificazione, la libertà come copertura, la libertà come cornice narrativa che permette di trasformare un intervento politico in un atto di salvezza. È la stessa logica che Canfora rintraccia da Sparta all'Iraq: la libertà come parola‑scudo, come alibi etico, come torsione morale che rende presentabile ciò che, nella sua essenza, resta una lotta per l'influenza e per il controllo. Ma il caso venezuelano aggiunge un elemento ulteriore, più contemporaneo, più sottile. Perché la retorica della libertà non è stata usata solo dall'esterno: è stata internalizzata, moltiplicata, frammentata. Ogni fazione, ogni attore, ogni potere in gioco ha rivendicato per sé il monopolio della libertà. Libertà dal regime, libertà dall'imperialismo, libertà dalla povertà, libertà dalla corruzione, libertà dalla manipolazione. La parola è diventata un campo di battaglia semantico, un territorio conteso in cui ciascuno si proclama liberatore e accusa l'altro di essere oppressore. È qui che la torsione morale diventa torsione culturale. La libertà non è più un valore: è un marchio. Non è più un orizzonte: è un dispositivo operativo. Non è più un principio: è un argomento. E come ogni marchio, funziona perché è riconoscibile, perché è desiderabile, perché nessuno osa metterlo in discussione. Ma proprio per questo diventa pericolosamente vuoto. Nel caso venezuelano, la libertà è stata invocata così tante volte, da così tante parti, con così tante intenzioni divergenti, da perdere peso, da diventare trasparente, da smettere di significare. E allora la domanda che attraversa il Venezuela — e che attraversa il nostro tempo — è la stessa che attraversa il discorso di Canfora: cosa resta della libertà quando tutti la rivendicano? Quando la parola è così inflazionata da diventare un campo di battaglia simbolico, quando la sua forza è talmente abusata da non riuscire più a distinguere tra chi la difende e chi la usa come copertura? Forse la risposta non sta nella geopolitica, ma nella postura. La libertà, oggi, non è ciò che gli Stati promettono, ma ciò che i cittadini devono imparare a difendere da quelle stesse promesse. Una possibilità fragile, concreta, quotidiana. Il Venezuela ci mostra, in modo quasi didattico, che la libertà non è mai neutra: è sempre un campo di forze, un terreno di contesa, un dispositivo che può essere usato per illuminare o per accecare. E che il compito di chi osserva — e di chi scrive — non è accettare la parola così com'è, ma interrogarla, scardinarla, restituirle peso. Perché la libertà, quando smette di essere un dispositivo, torna a essere ciò che è sempre stata: una possibilità, non una bandiera.

Esportare la libertà. Il mito che ha fallito

Da sempre i governi e gli stati coprono con altisonanti dichiarazioni i motivi spesso cinici che stanno alla base delle guerre da loro scatenate. Secondo Luciano Canfora, il proposito americano di esportare la libertà in Iraq è solo l'ultimo esempio di questo oliatissimo meccanismo propagandistico. Sparta combatté la guerra del Peloponneso sostenendo di voler liberare i Greci dall'oppressione ateniese; le guerre napoleoniche determinarono la trasformazione della Francia rivoluzionaria in impero bonapartista; i conflitti regionali della Guerra Fredda (Vietnam, Medio Oriente, Afghanistan), furono sempre inseriti nel contesto di una lotta per l'affermazione della democrazia nel mondo. Canfora dimostra in un'analisi acuta e spesso provocatoria che la politica internazionale si è sempre servita del richiamo all'ideale libertario per coprire le logiche di lotta per il dominio che inevitabilmente condizionano lo scenario internazionale. Un appassionato atto d'accusa contro le nefandezze compiute in nome di nobili principi e supremi ideali e allo stesso tempo un disincantato repertorio di casi storici recenti e remoti, accomunati da quella che Canfora definisce una emblematica "torsione morale, culturale e politica" che consente a uno stato di perseguire una cinica politica di egemonia, fregiandosi allo stesso tempo del titolo di difensore della libertà.



C'è un momento, nella vita di ogni persona che pensa, in cui l'intelletto smette di essere un semplice strumento e diventa un enigma. Finché lo usiamo per attraversare il mondo, esso ci appare naturale, quasi trasparente: una finestra limpida che ci permette di distinguere forme, intenzioni, movimenti. Ma appena proviamo a rivolgerlo verso di noi,...

La libertà è una parola che porta con sé un peso storico e una leggerezza retorica: pesante perché intreccia secoli di riflessioni filosofiche, battaglie politiche e drammi personali; leggera perché spesso viene evocata come panacea, slogan o diritto in astratto, senza che si indaghino le condizioni concrete che la rendono possibile o illusoria....