Onde di libertà: la Gaza che fu
di Jose Mazir
Nel 2015, sulle spiagge dorate della Striscia di Gaza, due ragazze scivolavano sulle onde con tavole da surf troppo grandi per i loro corpi esili. Sabah Abo Ghanem e sua cugina Kholoud erano diventate, quasi senza saperlo, il volto di una resistenza dolce e radicale: quella del Gaza Surf Club. Il fotografo Andrew McConnell immortalò quell'attimo, trasformando un semplice pomeriggio sul mare in un simbolo universale. In un luogo spesso raccontato soltanto attraverso guerre e macerie, quell'immagine mostrava un'altra verità: Gaza non era soltanto dolore, ma anche desiderio di vita.
Il mare, frontiera e rifugio
La costa di Gaza corre per circa 40 chilometri, una linea sottile che separa la sabbia dall'infinito blu del Mediterraneo. Per i pescatori, il mare è lavoro e rischio: le restrizioni israeliane impongono limiti severi, raramente oltre le 6 miglia nautiche, e sconfinare può significare vedersi confiscare la barca, se non peggio. Eppure, per molti giovani, il mare non è solo sopravvivenza. È evasione. È un orizzonte che non ha checkpoint. «Quando sei sull'onda, non senti più la gabbia», raccontava un surfista locale in un documentario.
Il Gaza Surf Club: tavole come passaporti
Fondato nei primi anni Duemila, il Gaza Surf Club nacque quasi per caso, grazie a pochi appassionati che riuscirono a procurarsi tavole dall'estero. Ogni arrivo era un evento: le tavole venivano spesso spedite in Egitto, poi introdotte a Gaza attraverso i tunnel di Rafah. Ogni pezzo era prezioso, riparato più volte, condiviso tra ragazzi e ragazze.
Il club non era solo un'associazione sportiva: era un luogo di respiro. Tra le mura di una città assediata, un piccolo gruppo di giovani imparava a stare in equilibrio su una tavola, a cadere e a rialzarsi, a sognare un mondo più grande.
Ragazze sulle onde
Per Sabah e Kholoud, surfare significava affrontare non una, ma due onde di resistenza. La prima era quella fisica, fatta di check-point, restrizioni, assenza di materiali. La seconda era culturale: in una società conservatrice, vedere delle ragazze in mare con tavole da surf non era normale. Eppure loro ci andavano lo stesso.
Cavalcare un'onda diventava così un atto politico, un'affermazione di esistenza. «Il mare è l'unico posto in cui mi sento libera», dichiarò Sabah in un'intervista qualche anno dopo.
La Gaza che fu
Allora Gaza non era ancora del tutto schiacciata. Nonostante le rovine delle guerre, la città viveva: i mercati erano pieni di colori e voci, i bambini giocavano a calcio nei vicoli polverosi, le famiglie la sera passeggiavano sul lungomare di al-Rashid, dove caffè e chioschi offrivano tè e falafel. Il contrasto era forte: droni che ronzavano sopra le teste e allo stesso tempo risate tra le onde. La fotografia di McConnell, nel 2015, colse proprio quel fragile equilibrio: un istante di vita normale, raro e prezioso.
Oggi, tra memoria e speranza
A distanza di anni, quella Gaza sembra lontana. I bombardamenti e le distruzioni più recenti hanno reso la vita quotidiana ancora più dura, e il mare stesso è diventato simbolo di isolamento oltre che di libertà. Molti dei giovani surfisti hanno lasciato la Striscia, inseguendo un futuro altrove. Altri resistono, come possono. Eppure la memoria di Sabah e Kholoud sulle onde resta. È una memoria che racconta la Gaza che fu: una terra ferita, sì, ma non ancora piegata del tutto. Ogni onda cavalcata da quelle due ragazze era un atto poetico di resistenza, un ricordo vivente che Gaza non è solo macerie, ma anche vita, sogni e un futuro possibile. Gaza vive ancora!