
La cultura dell’atteggiamento: come sottrarre potere alla propaganda e restituirlo alla libertà
C'è un valore radicale nel parlare di certi fenomeni senza offrire il palcoscenico – e le proprie spalle – ai loro artefici.
È un gesto che ribalta le gerarchie: non sono più loro al centro, ma le conseguenze delle loro putride e malsane azioni.
È un modo di restituire dignità alla realtà, non all'ego di chi la distorce. Questa postura non è solo una scelta comunicativa: è una pratica culturale, una forma di resistenza che sottrae ossigeno alla provocazione, alla manipolazione, al narcisismo politico e sociale.
È un atto di igiene pubblica, un modo per impedire ai responsabili di trasformare ogni critica in un'occasione di visibilità, e allo stesso tempo educare chi ascolta a guardare oltre la superficie, a riconoscere i meccanismi, non solo i volti della più becera propaganda.
La trappola della nominazione
La propaganda vive di attenzione. Non importa se positiva o negativa: ciò che conta è la centralità. Nominarla significa nutrirla. Criticarla frontalmente significa spesso amplificarla.
Ecco perché parlare delle cause e degli effetti di certe propensioni, senza nominare gli autori, è un gesto di maturità e di potere. Significa scegliere la sostanza al posto del rumore. Significa proteggere il discorso pubblico dalle trappole dell'attenzione. Significa formare cittadini, non tifosi.
È un cambio di paradigma: non più "chi ha detto cosa", ma "quali dinamiche stanno operando". Non più "il personaggio", ma "il sistema". Non più "lo scandalo", ma "la struttura che lo rende possibile".
Una cultura dell'atteggiamento
Questa scelta non è neutra. È una cultura. Una cultura dell'atteggiamento che rifiuta la spettacolarizzazione del conflitto e sceglie la profondità dell'analisi. Che non si lascia trascinare nel teatrino della provocazione, ma lo smonta pezzo per pezzo, mostrando i fili, i trucchi, le manipolazioni.
"È una cultura che non si limita a denunciare: trasforma. Trasforma chi ascolta, perché lo invita a pensare. Trasforma chi parla, perché lo costringe a essere rigoroso. Trasforma il discorso pubblico, perché lo libera dalla dipendenza dai volti e lo riconsegna alle idee". A*G
Libertà come partecipazione consapevole
Sentirsi liberi non significa solo poter parlare. Significa poter parlare senza essere manipolati. Significa poter partecipare attivamente senza diventare strumenti inconsapevoli della propaganda altrui. Significa riconoscere che la libertà non è un istinto, ma una disciplina: la disciplina di non cadere nelle trappole dell'attenzione, di non regalare centralità a chi vive di provocazione, di non confondere la visibilità con la verità.
Questa cultura dell'atteggiamento permette proprio questo: – di essere liberi; – di essere partecipi; – di essere efficaci nella divulgazione del verbo della verità e dell'emancipazione culturale.
Perché chi sceglie di non nominare gli artefici della propaganda non sta evitando lo scontro: sta scegliendo il terreno giusto su cui combatterlo.

Immagina una stanza immersa nel rumore: voci che si accavallano, luci stroboscopiche, figure che si agitano cercando disperatamente attenzione. È il teatro della propaganda: un luogo dove tutto è movimento, ma nulla è profondità.
Al centro, però, c'è una figura immobile.
Non è passiva: è ferma.
La sua fermezza è un atto di volontà.
Non guarda gli attori del caos, non li indica, non li nomina.
Tiene lo sguardo puntato oltre, verso un punto che gli altri non vedono: gli effetti, le cause, le strutture, i meccanismi. Invita a non guardare il dito ma la luna. È come se avesse in mano una torcia che non illumina i volti, ma le ombre che quei volti proiettano.
Attorno a lui, il rumore si affievolisce.
Non perché il caos smetta di urlare, ma perché la sua luce cambia la percezione di chi osserva. La gente non guarda più gli agitatori: guarda ciò che prima era invisibile.
La figura non combatte con la spada, ma con la chiarezza.
Non attacca, disarma. Non denuncia, rivela. Non amplifica, sottrae.
E mentre la scena si trasforma, accade qualcosa di ancora più radicale: chi osserva comincia a vedere. A pensare. A collegare.
A emanciparsi.
È un ritratto di resistenza silenziosa, ma potentissima.
Un gesto che non cerca il centro del palco, ma lo sposta.
Un atto che non vuole vincere lo scontro, ma cambiare il terreno su cui lo scontro avviene. È così che nasce una cultura dell'atteggiamento: non da un grido, ma da una postura.
A*G
Divulgare senza amplificare
La vera divulgazione non è urlare più forte degli altri. È parlare in modo che gli altri possano finalmente ascoltare. È offrire strumenti, non idoli. È costruire anticorpi culturali, non nuovi nemici da odiare. Chi adotta questa postura diventa un punto di riferimento: non perché attacca, ma perché eleva. Non perché denuncia, ma perché illumina. Non perché semplifica, ma perché educa.
Meditate
In un tempo in cui tutto è rumore, scegliere la sostanza è un atto rivoluzionario. In un tempo in cui tutto è spettacolo, rifiutare il palcoscenico è un atto di libertà. In un tempo in cui tutto è propaganda, costruire anticorpi culturali è un atto di responsabilità.
Meditate. Perché la libertà non è un dono: è una postura. E chi la pratica, la diffonde.
Leggere per disinnescare: libri come anticorpi contro la propaganda
Ci sono libri che non si limitano a spiegare: disinnescano. Non offrono solo concetti, ma strumenti per ragionare. Non raccontano il mondo: lo smontano in svariati pezzi e lo ricompongono, restituendolo in altre forme a chi ha il coraggio di guardarlo senza filtri.
In un tempo in cui la propaganda si traveste da informazione lecita e autorevole, nonché financo accreditata, da intrattenimento, da opinione legittima, leggere per capirne di più è un dovere sacrosanto che diventa un atto di resistenza. Ma non basta leggere qualsiasi cosa. Serve una lettura che sia potente, strutturale, trasformativa.
Serve leggere Bernays per capire come il consenso si fabbrica.
Serve leggere Chomsky per vedere come il linguaggio diventa arma.
Serve leggere Debord per riconoscere lo spettacolo che ci inghiotte.
Serve leggere Eco per distinguere il fascismo eterno dalle sue maschere contemporanee.
Serve leggere Foucault per comprendere che il potere non si mostra: si insinua. Questi testi non sono solo analisi: sono anticorpi culturali.
Ti insegnano a non nominare il nemico, ma a riconoscerne le strutture che lo compongono.
Ti mostrano che la vera efficacia non sta nel volume, ma nella precisione.
Ti educano a una postura meravigliosa: quella dell'atteggiamento, non della reazione.
Perché chi legge questi libri non diventa solo più informato. Diventa più libero. Più capace di scegliere dove guardare, cosa amplificare, cosa ignorare. Più capace di divulgare senza diventare megafono del nemico.
E allora sì, leggere diventa un atto politico. Un gesto di emancipazione. Una forma di partecipazione attiva che non si lascia sedurre dal teatrino della provocazione.
Chi legge così, non si limita a capire: trasforma il proprio sguardo in uno strumento di verità. E il proprio silenzio in una forma di potere.
A PROPOSITO DI..
La propaganda giustizialista e l'illusione della purezza morale
C'è una forma di propaganda che non si riconosce subito perché non ha il tono sguaiato della provocazione né la brutalità della gogna digitale, ma possiede un potere più sottile e per questo più pervasivo: è la propaganda giustizialista, quella che si ammanta di etica, che si presenta come voce della coscienza collettiva, che pretende di ristabilire un ordine morale in un mondo che sembra averlo smarrito. È una propaganda che non nasce nei sotterranei del web, ma nei salotti dell'opinione pubblica, nei commenti editoriali, nelle rubriche che si propongono come fari di lucidità in mezzo al caos. Eppure, proprio in questa pretesa di lucidità, si nasconde il rischio più grande: quello di trasformare la denuncia in un palcoscenico, la critica in un esercizio di potere, la moralità in un marchio identitario.
In questo scenario, anche figure come Selvaggia Lucarelli diventano parte di un dispositivo più ampio, non perché incarnino il male o il bene, ma perché rappresentano un modo di esercitare la parola pubblica che si fonda sulla convinzione di essere dalla parte giusta della storia, una convinzione che, quando non è temperata dal dubbio, può diventare una forma di propaganda tanto efficace quanto inconsapevole. Il giustizialismo mediatico non si limita a raccontare i fatti: li interpreta, li incornicia, li orienta verso una conclusione morale che precede l'analisi stessa. È un processo che non cerca la complessità, ma la colpa; non cerca la verità, ma la conferma di una narrazione già stabilita; non cerca la giustizia, ma la punizione simbolica che permette al pubblico di sentirsi dalla parte dei giusti.
La denuncia, in questo contesto, diventa un atto performativo. Non è più un gesto di responsabilità civile, ma un rituale che rafforza l'identità di chi denuncia e di chi applaude. Ogni parola è calibrata per generare indignazione, ogni dettaglio è selezionato per costruire un frame emotivo, ogni giudizio è formulato per consolidare un'autorità morale che non deriva da un ruolo istituzionale, ma dalla capacità di mobilitare il consenso del pubblico. È un potere che si alimenta della fragilità altrui, che trasforma la vulnerabilità in materia narrativa, che usa la sofferenza come prova della propria integrità.
Il paradosso è evidente: si condanna la violenza mediatica usando gli strumenti della violenza mediatica (vi rimandiamo al paragrafo successivo); si denuncia la gogna mentre si contribuisce a costruire un'arena in cui il pubblico è chiamato a giudicare, schierarsi, indignarsi; si critica il metodo altrui replicandone la struttura, seppure con un linguaggio più elegante e un'intenzione dichiaratamente etica. Ma la forma, nel mondo della comunicazione, è sostanza: quando la denuncia diventa spettacolo, la giustizia diventa intrattenimento; quando la moralità diventa contenuto, la verità diventa accessoria; quando la critica diventa identità, il dubbio diventa un lusso che nessuno può più permettersi.
Il pubblico, in questo meccanismo, non è un osservatore neutrale: è la giuria emotiva che decide chi merita empatia e chi merita disprezzo, chi è vittima e chi è carnefice, chi deve essere ascoltato e chi deve essere cancellato. È un pubblico che non cerca la complessità, perché la complessità richiede tempo, pazienza, capacità di sospendere il giudizio; cerca invece la chiarezza immediata, la divisione netta, la rassicurazione morale che deriva dall'avere un colpevole da condannare e un giustiziere da applaudire. In questo senso, la propaganda giustizialista non è un fenomeno individuale, ma collettivo: è la risposta di una società che ha smarrito la fiducia nelle istituzioni e che cerca nella voce del commentatore ciò che un tempo cercava nella legge, nella politica, nella cultura.
Il rischio, però, è che questa voce finisca per diventare parte dello stesso sistema che dice di voler smontare. Perché il giustizialismo, anche quando nasce da intenzioni nobili, produce effetti collaterali devastanti: semplifica ciò che è complesso, polarizza ciò che richiederebbe sfumature, trasforma la critica in arma, alimenta la stessa fame di scandalo che dice di voler combattere. E soprattutto, non emancipa. Non libera. Non educa. Produce indignazione, non consapevolezza; produce schieramenti, non cultura; produce rumore, non libertà.
La via d'uscita non è smettere di denunciare, né rinunciare alla critica, né tacere di fronte alle ingiustizie. La via d'uscita è un'altra: è recuperare il senso della responsabilità, della misura, del dubbio; è riconoscere che la moralità non è un'arma, ma un impegno; è accettare che la verità non si conquista attraverso la condanna, ma attraverso il discernimento; è comprendere che la libertà non nasce dalla punizione simbolica dell'altro, ma dalla capacità di guardare la realtà senza cedere alla tentazione della semplificazione.
Citiamo testualmente:
"Basterebbe domandarsi quante denunce siano state depositate dall'inizio di questa attività compulsiva di Corona sul web, dopo che Fedez ha creato il mostro regalandogli i primi scoop su Tortino, Angelica e la sua povera ex moglie Chiara Ferragni. Vi rispondo io: una quantità spaventosa, solo io ne ho depositate 8 e c'è un'indagine in corso per stalking. Indagine che va avanti da un tempo infinito, mentre il processo Corona/Giorgia Meloni, per esempio, va veloce come il vento. C'è una sezione della procura di Milano che, credo, ormai sarà dedicata solo a lui, ma lui se ne frega, continua indisturbato a fare e dire quel che vuole perchè tanto "sparatemi se volete fermarmi" e finirà che qualcuno, presto o tardi si farà (questo è il mio timore) male sul serio. Tanto, quella che io ritengo una vera pericolosità sociale continua a essere sottovalutata da tutti, giustizia compresa.,,
Anzi, Corona per la verità, sta ottenendo due grandi risultati: è idolatrato soprattutto dalla massa ignorante (e spesso giovanissima) del paese. È inutile che ve lo spieghi: Corona pubblica conversazioni PRIVATE di Bova o di una fidanzata di Fedez o di Signorini o di una persona che scrive a Signorini o di chiunque altro e nessuno si pone il problema che siano azioni violente, illecite, spregiudicate, crudeli. Nessuno si chiede: ma si può fare? Certo che no, ma che importa. Corona facce ride. Facci spiare dal buco della serratura. E, soprattutto, facci fare engagement dandoci spunti per video su TikTok, X e Instagram in cui si fa la gara a chi prende meglio per il culo Pretelli o Bova con meme e reel...
L'altro giorno Il Post (ripeto, il Post) parlava di Falsissimo come di un format di informazione. Senza nessun tipo di considerazione su che tipo di informazione sia, sul metodo, sulle denunce scaturite, sui problemi legali, sulle conseguenze sulla vita delle persone. Era un articolo neutro che gli regalava autorevolezza. Eppure, se tutti noi che lavoriamo nello spettacolo svuotassimo il telefono sul web, pubblicassimo conversazioni e telefonate private, dedicassimo la nostra vita a aprire armadi e cassetti polverosi per distruggere la vita altrui (monetizzando) con rivelazioni su corna e scopate con la scusa di denunciare il sistema, beh, ci sarebbero parecchie migliaia di Falsissimo. E probabilmente anche di morti, perché in parecchi si butterebbero dalla finestra (succederà anche questo, l'epilogo è annunciato).
E invece - a proposito di sistema che lo protegge e legittima - oggi Treccani ci fa sapere che "Occhi spaccanti" è nella lista delle nuove espressioni, Netflix ha un bel documentario celebrativo su Corona in uscita (guarda caso in questi giorni), Barbara D'Urso si confida al telefono con lui, Fiorello lo chiama in diretta, tanti vip gli mettono like (Simona Ventura per esempio). Ecco, domanda a Simona Ventura: si è divertita quando anni fa un giornale pubblicò i suoi sms con l'amante? O la subì come una violenza, come un'interferenza illegittima nella sua sfera intima? Immagino la seconda. Come mai, allora, mette like di approvazione a uno che pratica questo sport nella vita? Solo perché lo fa con gli altri e non con lei (per ora)?
Beh, le do una notizia: dalle cose sbagliate, in teoria, si prendono le distanze pure se non ci riguardano.
Per dire, è stato piuttosto frustrante oltre che avvilente vedere che tutti quegli "stronza cicciona" o l'amplesso simulato col mio cartonato o le minacce al mio fidanzato o il diffondere informazioni sul luogo di lavoro di mio figlio non siano stati mai motivi sufficienti per dire mezza parola sul metodo Corona. Figuriamoci tutto quello che ha fatto ad altri, non ultimo il circo Garlasco, uno spettacolo pietoso in cui la morte di una ragazza è diventato uno show comico tra risate su Gerry la Rana e Corona travestito da prete come a una festa in maschera.
Eppure, tanti applausi.
E qui mi fermo perché, come ho detto, io aspetto che la legge - con comodo eh - faccia il suo corso".
Selvaggia Lucarelli
Il boomerang della propaganda: quando la denuncia diventa specchio e la violenza si moltiplica
Nel teatro mediatico contemporaneo, ogni gesto di denuncia rischia di diventare una replica del gesto che intende condannare. È il paradosso della propaganda giustizialista: nel tentativo di smascherare il metodo altrui, si finisce per adottarne la struttura, amplificandone gli effetti. Il caso Adinolfi–Lucarelli non è un semplice scambio polemico: è l'esposizione perfetta di un meccanismo che si autoalimenta, dove la critica diventa contenuto, la controaccusa diventa spettacolo, e la verità si dissolve nella competizione tra narrazioni.
Mario Adinolfi non si limita a contestare l'articolo di Selvaggia Lucarelli sulla vicenda Signorini e sul metodo di Fabrizio Corona: lo ribalta, lo rovescia, lo restituisce come uno specchio deformante. Accusa Lucarelli di aver praticato per anni lo stesso tipo di esposizione al pubblico ludibrio che ora condanna, e lo fa con una retorica che non cerca il confronto, ma la demolizione. Il tono è quello del tribunale informale, dove il giudizio non si fonda su prove ma su impressioni, dove la memoria degli eventi è selettiva e la responsabilità si diluisce nel gioco delle parti. Il riferimento alla vicenda di Giovanna Pedretti — tragica, complessa, già archiviata dalla giustizia — viene riattivato come arma retorica, non per cercare verità, ma per colpire. È qui che il boomerang della propaganda mostra la sua traiettoria: la violenza mediatica non si interrompe con la denuncia, ma si moltiplica attraverso la sua spettacolarizzazione. Ogni parola diventa un proiettile, ogni post una sentenza, ogni querela un atto performativo. E il pubblico, anziché riflettere, si schiera, si indigna, si diverte.
"Capisco che Selvaggia voglia andare a lavorare a Mediaset per massimizzare la paga, ma rimproverare a Fabrizio Corona di 'esporre al pubblico ludibrio' gente potente e con un pelo sullo stomaco alto così, quando lei e il fidanzato hanno eletto a sistema l'esposizione al pubblico ludibrio di chiunque mettessero nel mirino, mi pare un po' troppo". Adinolfi ha quindi aggiunto: "Avete fatto suicidare la povera gente per averla esposta al pubblico ludibrio, avete devastato carriere e imprese: adesso Selvaggia te la prendi con Corona che attacca carte alla mano uno degli uomini più potenti d'Italia, ricco da far schifo, che sommergerà tutti di querele pagando gli avvocati più forti di Milano? Dai, il posto ben pagato Piersilvio te lo dà lo stesso, l'intervista a Verissimo già l'hai avuta, risparmiati l'effetto del bue che dà del cornuto all'asino. Almeno Fabrizio Corona se la prende coi potenti veri, non con una ristoratrice che faticava a tenere in piedi i conti".
Mario Adinolfi
Adinolfi, nel suo attacco, non si limita a contestare un'opinione: costruisce un frame, un racconto, una narrazione alternativa in cui Lucarelli diventa l'emblema della doppia morale, della critica selettiva, del privilegio mediatico. Ma nel farlo, adotta lo stesso metodo che denuncia: semplifica, polarizza, riduce la complessità a slogan. Il risultato non è un chiarimento, ma un'escalation. Non è un confronto, ma una guerra di legittimità.
E qui il sistema mostra la sua vera natura: non è un campo neutro, ma un dispositivo che premia chi sa trasformare la denuncia in contenuto, la polemica in engagement, la sofferenza in traffico. La querela diventa parte dello spettacolo, la risposta pubblica è attesa come una nuova puntata, e il diritto di critica si confonde con il diritto di demolizione. In questo contesto, la verità non ha più spazio: ciò che conta è chi riesce a imporsi come narratore dominante.
Il boomerang della propaganda non è solo un effetto collaterale: è la struttura stessa del sistema. Ogni denuncia genera una controdenuncia, ogni accusa una controaccusa, ogni gesto di smascheramento una nuova maschera. La violenza mediatica non si interrompe: si replica, si trasforma, si traveste da etica, da giustizia, da libertà di espressione. Ma sotto la superficie, resta sempre la stessa: un esercizio di potere che si nutre della fragilità altrui.
Per uscire da questo circolo vizioso, non basta cambiare tono. Serve cambiare postura. Serve riconoscere che la denuncia, per essere autentica, deve rinunciare alla spettacolarizzazione. Che la critica, per essere credibile, deve accettare il dubbio. Che la responsabilità, per essere esercitata, deve rifiutare la logica del nemico. Altrimenti, continueremo a confondere la giustizia con la vendetta, la verità con la visibilità, la libertà con il diritto di ferire.
E il sistema, intanto, continuerà a ridere. Perché il boomerang, quando torna indietro, colpisce sempre chi lo ha lanciato.
Il metodo che scredita tutto: anatomia di un sistema che ride mentre crolla
C'è un momento in cui non è più interessante capire cosa abbia fatto un singolo uomo, ma cosa stia facendo un intero sistema per legittimarlo. Il caso Signorini, le risate di Fiorello, i like dei vip, la Treccani che registra "occhi spaccanti", Netflix che prepara un documentario celebrativo: tutto questo non è un contorno. È la sostanza. È il terreno che permette alla violenza mediatica di travestirsi da intrattenimento, alla crudeltà di diventare format, alla violazione della privacy di trasformarsi in sport nazionale.
Il metodo è semplice: si prende la vita privata di qualcuno, la si svuota nel web, la si monta come un trailer, la si commenta come fosse una barzelletta. Il pubblico ride, i social amplificano, i giornali rilanciano, gli showman strizzano l'occhio. E così, mentre centinaia di persone vengono travolte da shitstorm, ansia, umiliazione, il sistema applaude. Non perché non capisca la violenza, ma perché la violenza fa clic, fa share, fa spettacolo.
Il paradosso è che chi pratica questo metodo non è un outsider che combatte il potere: è un prodotto perfetto del potere stesso. È integrato, celebrato, invitato, intervistato, normalizzato. La sua "guerra al sistema" è la benzina del sistema. La sua spregiudicatezza è la loro programmazione. La sua crudeltà è il loro palinsesto.
E mentre tutto questo accade, nessuno si chiede più se sia giusto. Se sia legale. Se sia umano. Si ride, e ridendo si legittima.
Il pubblico, soprattutto quello più giovane, non vede la violenza: vede il gioco. Non vede la violazione: vede il contenuto. Non vede la vittima: vede il meme. E così la gogna diventa intrattenimento, la privacy diventa materiale grezzo, la dignità diventa un dettaglio sacrificabile.
Il sistema mediatico, dal canto suo, non fa altro che amplificare. I giornali rilanciano senza contesto, le piattaforme monetizzano, i programmi televisivi offrono palcoscenici, i commentatori trasformano tutto in un circo morale. Nessuno si assume la responsabilità del metodo, perché il metodo conviene a tutti: a chi lo pratica, a chi lo diffonde, a chi lo guarda.
Il risultato è un paese che ride mentre qualcuno viene esposto, che applaude mentre qualcuno crolla, che normalizza ciò che dovrebbe indignare. Un paese che ha smesso di distinguere tra informazione e violenza, tra denuncia e spettacolo, tra libertà e abuso.
Eppure basterebbe una postura diversa: non ridere, non rilanciare, non legittimare. Basterebbe ricordare che la vita privata non è un format, che la dignità non è un contenuto, che la fragilità non è un meme. Basterebbe scegliere la sostanza al posto del rumore.
Perché il metodo che scredita tutto non crolla da solo: crolla quando smettiamo di alimentarlo.
Il boomerang della propaganda: un sistema che si alimenta da sé
C'è un punto, nella dinamica della comunicazione pubblica, in cui la propaganda smette di essere un atto intenzionale e diventa un riflesso automatico, un gesto che si ripete perché il sistema lo richiede, lo premia, lo amplifica. È il punto in cui la violenza mediatica non ha più bisogno di un aggressore definito, perché si è trasformata in un linguaggio condiviso, in un codice che tutti utilizzano, anche quando credono di opporvisi. Il caso che coinvolge Corona, Lucarelli, Adinolfi e l'intero ecosistema mediatico italiano è l'esempio più evidente di questo meccanismo: un boomerang che torna sempre indietro, colpendo chiunque lo lanci, senza mai mettere in discussione la logica che lo ha generato.
Quando Selvaggia Lucarelli critica il metodo di Corona, non sta solo denunciando un comportamento: sta cercando di ristabilire un confine etico in un territorio che da tempo ha smesso di riconoscerne l'esistenza. Il suo intervento nasce da un'esigenza legittima, quella di distinguere tra informazione e violazione, tra denuncia e spettacolo, tra diritto di cronaca e sfruttamento della fragilità altrui. Ma nel momento stesso in cui formula questa critica, si trova immediatamente risucchiata nella stessa dinamica che intende contestare, perché il sistema non permette distinzioni nette: ogni parola diventa un pretesto per un contrattacco, ogni giudizio un'occasione per ribaltare la prospettiva, ogni tentativo di chiarire un invito a complicare.
È in questo spazio che interviene Mario Adinolfi, non come voce esterna, ma come parte integrante del meccanismo. Il suo attacco non è un'analisi, ma una contro-narrazione che utilizza la stessa logica che rimprovera agli altri: la logica della colpa, della memoria selettiva, della semplificazione morale. Adinolfi non risponde all'argomento, ma al personaggio; non contesta il metodo, ma l'autrice; non cerca di capire, ma di incastrare. Il riferimento alla vicenda di Giovanna Pedretti, già archiviata dalla giustizia, non serve a illuminare un punto, ma a riaprire una ferita, a trasformare un dolore in un'arma retorica, a spostare il discorso dal piano del metodo a quello dell'accusa personale. È un gesto che non nasce dal desiderio di verità, ma dalla necessità di ribaltare il tavolo, di restituire il colpo, di mostrare che nessuno è innocente.
In questo scambio, ciò che colpisce non è la durezza delle parole, ma la loro prevedibilità. Ogni attacco genera una controaccusa, ogni denuncia produce un contraccolpo, ogni tentativo di mettere ordine crea un nuovo caos. È un circuito chiuso, in cui la violenza mediatica non viene mai interrotta, ma semplicemente redistribuita. Corona espone, Lucarelli denuncia, Adinolfi ribalta, il pubblico amplifica, i media rilanciano. Nessuno spezza la catena, perché la catena è diventata la struttura stessa del discorso pubblico.
Il problema non è la singola voce, ma l'ecosistema che la circonda. Un ecosistema che trasforma ogni gesto in contenuto, ogni contenuto in schieramento, ogni schieramento in conflitto. Un ecosistema che non premia la complessità, ma la reazione; non valorizza la responsabilità, ma la visibilità; non cerca la verità, ma la tensione narrativa. In questo contesto, anche la critica più lucida rischia di diventare parte del rumore, e anche l'attacco più feroce finisce per rafforzare ciò che intende demolire.
Il boomerang della propaganda funziona così: chi denuncia alimenta il sistema tanto quanto chi espone; chi attacca rafforza la logica tanto quanto chi viene attaccato; chi cerca di smontare il metodo finisce per replicarlo, perché il metodo non è un comportamento individuale, ma una grammatica collettiva. È una grammatica che non ammette pause, che non tollera sfumature, che non riconosce la possibilità di un discorso che non sia polarizzato.
Per uscire da questo circuito non basta cambiare tono, né scegliere un bersaglio diverso. Serve un cambio di postura culturale: la capacità di sottrarsi alla logica della reazione, di rifiutare la tentazione della simmetria, di non rispondere alla violenza con un'altra forma di violenza, di non trasformare ogni conflitto in un'occasione per consolidare la propria posizione. Serve la volontà di interrompere il boomerang, non di rilanciarlo più forte.
Finché questo non accade, il sistema continuerà a funzionare esattamente così: un'arena in cui tutti si accusano di usare il metodo, mentre nessuno mette in discussione il metodo stesso. E la propaganda, come la violenza, continuerà a generare altra propaganda, altra violenza, altro rumore. Perché il problema non è chi parla, ma il modo in cui siamo stati abituati ad ascoltare.

Nell'ecosistema iperconnesso dei social media, dove la quantità sembra spesso prevalere sulla qualità e dove l'attenzione si misura in impulsi brevi, intermittenti, quasi elettrici, esiste una dinamica sotterranea che sfugge alle metriche superficiali e che riguarda la natura stessa del pubblico che si intercetta. Quando i contenuti vengono...
Viviamo in un tempo in cui la percezione dello spazio non è più un semplice dato geografico, ma un campo di tensioni in cui si intrecciano forze politiche, memorie culturali, desideri individuali e paure collettive, e in cui ogni movimento — fisico o simbolico — diventa un atto che ridefinisce continuamente il modo in cui abitiamo il mondo e il...
Ci sono storie che non finiscono davvero, ma cambiano forma, come i fiumi che, dopo aver attraversato terre e stagioni, si consegnano all'oceano senza perdere nulla della loro essenza. Così è accaduto a Mangia Vivi Viaggia, che per dieci anni ha custodito sogni, trasformazioni, pillole zen, partenze e ritorni, diventando per molti un porto sicuro,...



