Ana Lupas – Armature: la forma della resistenza

08.02.2026



Con Armature, presentata da P420 a Bologna, Ana Lupas (Cluj, 1940) offre una nuova chiave di lettura della propria pratica, dopo le recenti retrospettive al Stedelijk Museum di Amsterdam e al Kunstmuseum Liechtenstein . La mostra, la prima personale dell'artista in una galleria privata, si concentra su un concetto che attraversa sotterraneamente tutta la sua opera: la necessità di proteggere ciò che è vulnerabile. 


Un titolo come dispositivo critico

Il termine armatura, lasciato in italiano, attiva un doppio registro semantico: da un lato la struttura interna, lo scheletro che sostiene; dall'altro la corazza che difende. Questa ambivalenza non è un semplice gioco linguistico, ma una lente attraverso cui leggere l'intera produzione di Lupas. La sua opera, infatti, oscilla costantemente tra costruzione e difesa, tra la volontà di dare forma e quella di preservare. L'armatura diventa così un principio operativo, un gesto etico prima ancora che estetico.

Proteggere l'effimero

Fin dagli anni Sessanta, Lupas lavora con materiali organici, rurali, destinati per natura alla trasformazione e alla scomparsa. In Armature, questi elementi vengono racchiusi in strutture metalliche monumentali, che li sostengono e li custodiscono. La fragilità diventa così il cuore di un monumento, e la tradizione—spesso relegata a un immaginario folklorico—si trasforma in un dispositivo concettuale capace di attraversare il tempo. Questa tensione tra effimero e durevole è una delle cifre più radicali della sua ricerca: non si tratta di fissare il passato, ma di offrirgli una forma di sopravvivenza.

Identità come campo di resistenza

La stessa logica si ritrova nella serie Self-Portrait, dove Lupas interviene graficamente sul proprio volto, alterando la ripetizione meccanica dell'immagine. Qui l'armatura non è più fisica, ma simbolica: un insieme di segni che impedisce all'identità di diventare icona standardizzata.

L'artista rifiuta la logica della riproducibilità come neutralizzazione del soggetto. Ogni variazione è un atto di difesa, un modo per affermare la complessità del sé contro la semplificazione imposta dallo sguardo esterno.

L'arte come riparo

Armature non è soltanto una mostra, ma un percorso attraverso le strategie di resistenza che definiscono la pratica di Lupas. Le opere diventano dispositivi di protezione: per la memoria collettiva, per la tradizione materiale, per l'identità individuale. In un'epoca segnata da accelerazione, obsolescenza e perdita, Lupas propone un'altra temporalità: quella della cura, della durata, della responsabilità verso ciò che rischia di essere cancellato.

Con questa mostra, P420 conferma il proprio ruolo nel portare alla luce figure fondamentali dell'avanguardia dell'Europa orientale, offrendo a Lupas uno spazio in cui la sua ricerca può emergere nella sua densità concettuale e nella sua forza poetica. Armature è, in definitiva, un invito a ripensare il rapporto tra fragilità e protezione, tra memoria e forma, tra individuo e storia.



COMUNICATO STAMPA


P420 è lieta di annunciare Armature, la prima mostra personale di Ana Lupas (1940, Cluj, RO) in una galleria privata. Dopo le grandi retrospettive allo Stedelijk Museum di Amsterdam (2024) e al Kunstmuseum Liechtenstein (2024–2025), questa mostra offre l'opportunità di reinterpretare il lavoro di una delle figure più radicali dell'avanguardia concettuale dell'Europa orientale.

Il titolo della mostra, intenzionalmente in italiano, gioca con una fondamentale specificità linguistica e con un duplice valore semantico. Il termine "armatura" rimanda simultaneamente a due concetti chiave per l'interpretazione dell'esposizione: da un lato l'armatura fisica, metallica, per la protezione esterna; dall'altro la sovrastruttura interna, quella armatura virtuale che si indossa per proteggere la propria personalità.

L'intera mostra ruota attorno alla necessità di sostenere e proteggere ciò che è fragile. Sia nella memoria collettiva sia nell'identità individuale, Ana Lupas risponde alla minaccia di cancellazione del sé con dispositivi di protezione solidi e duraturi.

Questo aspetto difensivo appare, da un lato, nelle opere monumentali in metallo, utilizzate da Lupas per racchiudere i materiali organici e rurali con cui ha realizzato le sculture di Wreaths of August (1964–2008), esposte nella prima sala della galleria. Qui l'armatura è presente come struttura portante interna – chiaramente visibile nei disegni della serie The Solemn Process (1964–2008) – e come struttura metallica esterna avvolgente, capace di preservare l'effimero e trasformare la fragile, deperibile tradizione in un monumento eterno.

Allo stesso modo, nella serie Self-Portrait (1998–2000), presentata nella seconda sala della galleria, Lupas interviene graficamente sui propri tratti, alterando la ripetizione meccanica e innalzando una barriera contro la regolarizzazione. Come sottolinea Sara De Chiara nel saggio che accompagna la mostra, "l'affermazione dell'individualità dell'artista in opposizione alla standardizzazione è un tema centrale in tutta la sua pratica, con l'obiettivo di attribuire valore all'elemento individuale rispetto alla serialità, all'intervento umano rispetto alla produzione meccanica, aspetti che assumono un significato particolare nel contesto di un regime totalitario, sotto il quale gran parte del progetto è stato sviluppato".



IN ALTRE PAROLE


Armature: genealogia di una difesa. Sociologia e psicoanalisi di un gesto artistico

C'è un punto, nella storia delle immagini e dei corpi, in cui la protezione smette di essere un dispositivo esterno e diventa una postura interiore. È il punto in cui l'armatura — fisica, simbolica, psichica — non serve più soltanto a respingere un attacco, ma a rendere possibile la continuità del sé. L'opera di Ana Lupas, letta al di là di ogni contingenza espositiva, si colloca esattamente in questo interstizio: là dove la forma diventa un modo di sopravvivere.

L'armatura come risposta alla vulnerabilità sociale

Ogni società produce i propri sistemi di difesa. Alcuni sono istituzionali, altri invisibili, altri ancora incorporati nei gesti quotidiani. La sociologia della vulnerabilità ci ricorda che le comunità rurali, come quelle da cui proviene Lupas, hanno sempre costruito dispositivi di protezione collettiva: rituali, oggetti, forme di cooperazione, architetture minime che servono a trattenere ciò che rischia di dissolversi.

In questo senso, l'armatura non è un oggetto: è una tecnologia sociale. Una struttura che permette alla memoria di non essere travolta dalla modernizzazione, alla tradizione di non essere ridotta a folklore, all'identità di non essere assorbita dalla logica della standardizzazione.

Lupas intercetta questa tensione e la traduce in forma: ciò che è fragile non viene negato, ma sostenuto. Ciò che è effimero non viene idealizzato, ma accompagnato verso una nuova durata.

L'armatura come difesa psichica

Sul piano psicoanalitico, l'armatura è una metafora potente. Freud la chiamerebbe Schutzmantel, mantello di protezione; Winnicott la leggerebbe come un oggetto transizionale che permette al soggetto di non frantumarsi; Lacan la riconoscerebbe come quel velo necessario affinché il reale non irrompa in modo traumatico.

L'identità, per Lupas, non è mai data: è un campo di forze. Il volto, ripetuto e alterato, non è un esercizio estetico, ma un atto di autodifesa. Ogni intervento grafico è una deviazione dalla norma, un sabotaggio della ripetizione meccanica, un modo per impedire che l'immagine diventi icona, marchio, stereotipo.

L'armatura, allora, non è un muro: è una membrana porosa, che lascia passare il mondo ma impedisce che il mondo annulli il soggetto.

La fragilità come materia politica

In molte società dell'Europa orientale del secondo Novecento, la fragilità non era un difetto: era una condizione politica. La precarietà dei materiali, la loro deperibilità, la loro esposizione al tempo e alle intemperie, diventano metafore di una condizione collettiva: quella di chi vive sotto regimi che chiedono uniformità, silenzio, ripetizione.

Lupas non risponde con la denuncia, ma con la costruzione. Non oppone fragilità a forza, ma fragilità a struttura. La sua armatura non è un gesto di chiusura: è un modo per dare forma a ciò che, altrimenti, sarebbe cancellato.

In questo senso, la sua opera è profondamente politica: non perché parla del potere, ma perché parla della resistenza del vivente.

L'armatura come gesto antropologico

Ogni cultura sviluppa un modo per proteggere ciò che considera essenziale. Nelle società contadine, la protezione passa attraverso il rito, la ripetizione, la cura dei materiali poveri. Nelle società contemporanee, la protezione assume forme più astratte: archivi, musei, protocolli, dispositivi tecnologici.

Lupas attraversa entrambe le dimensioni: – da un lato, custodisce materiali che appartengono a un mondo arcaico; – dall'altro, li inscrive in strutture che parlano il linguaggio della modernità.

L'armatura, allora, diventa un ponte antropologico: un modo per far dialogare ciò che è destinato a scomparire con ciò che pretende di durare.

Verso una teoria dell'armatura

L'opera di Ana Lupas ci invita a ripensare la protezione non come un gesto difensivo, ma come un atto creativo. Proteggere significa dare forma, sostenere, accompagnare. Significa riconoscere che la fragilità non è un limite, ma una condizione originaria dell'esistenza.

In un'epoca in cui tutto è esposto, accelerato, consumato, l'armatura torna a essere un gesto radicale: non per isolarsi, ma per continuare a esistere senza dissolversi.

L'arte, in questo senso, non è un rifugio: è una struttura portante. Una forma di resistenza. Una promessa di durata.



Viviamo in un tempo in cui la percezione dello spazio non è più un semplice dato geografico, ma un campo di tensioni in cui si intrecciano forze politiche, memorie culturali, desideri individuali e paure collettive, e in cui ogni movimento — fisico o simbolico — diventa un atto che ridefinisce continuamente il modo in cui abitiamo il mondo e il...