
La lingua che muore per rinascere: Zanzotto, il non detto e la metamorfosi della poesia
C'è un punto, nella riflessione di Andrea Zanzotto, che continua a vibrare come una corda tesa tra due estremi: la poesia nasce e muore nella lingua che l'ha generata. Non è un vezzo filologico, né un dogma estetico. È un'intuizione radicale: la poesia è un evento irripetibile, un accadere che coincide con il suo stesso corpo linguistico. Tradurla significa già tradirla, ma anche liberarla. Significa assistere alla sua metamorfosi. La traduzione non è un ponte: è un'altra nascita. E ogni nascita porta con sé una perdita.
1. La poesia come corpo vivente
Zanzotto ci ricorda che la poesia non è un contenuto trasportabile da un involucro all'altro. Non è un messaggio che può essere "reso" in un'altra lingua come si trasferisce un oggetto da una scatola a un'altra. La poesia è la sua lingua. È la vibrazione fonica, il ritmo, l'aria che passa tra le consonanti, il vuoto tra i versi, il bianco che circonda le parole.
Quando cambia lingua, cambia corpo. E come ogni corpo, porta con sé cicatrici, omissioni, nuove possibilità.
2. La traduzione come proliferazione del non detto
Se la poesia muore nella sua lingua originaria, allora la traduzione non è un tentativo di resuscitarla, ma un modo per farla continuare altrove. Non più la stessa, certo. Ma forse più vasta.
Ogni traduzione è un atto di interpretazione, e ogni interpretazione è un atto di immaginazione. Il "non detto" della poesia – ciò che la lingua originale custodisce come un segreto – nelle traduzioni si moltiplica. Non si perde: si ramifica.
La poesia tradotta non è una copia sbiadita. È un'altra creatura che porta nel suo DNA la memoria di un'origine e la libertà di una mutazione.
3. La lingua come destino e come limite
Ogni poeta scrive dentro un destino linguistico. Dante lo sapeva quando cercava la locutio prima, la lingua materna, quella che gli aveva insegnato a nominare il mondo. Zanzotto lo sapeva quando affermava che la poesia nasce e muore nella sua lingua.
Ma proprio perché la lingua è un destino, la traduzione diventa un gesto di insubordinazione. È un tentativo di sottrarre la poesia al suo luogo natale, di strapparla alla sua finitezza, di farla vivere in un altrove che non le appartiene.
La poesia tradotta è un esilio che diventa possibilità.
4. Il paradosso fecondo: morire per continuare
La poesia muore nella sua lingua, dice Zanzotto. Ma proprio questa morte permette la sua sopravvivenza.
Ogni traduzione è un funerale e un battesimo. Un atto di lutto e un atto di generazione. Un riconoscimento della perdita e un'apertura verso ciò che non poteva essere detto prima.
La poesia tradotta non è la stessa poesia. È la prova che la poesia non è mai una sola.
5. Infinite lingue, infinite versioni dello stesso silenzio
Il "non detto" – ciò che la poesia custodisce come un nucleo irriducibile – non è un vuoto da colmare, ma un vuoto da abitare. Ogni lingua lo abita in modo diverso. Ogni traduzione lo sfiora da un'altra angolazione.
E così la poesia, che nasce e muore nella sua lingua, continua a vivere nelle sue metamorfosi. Non come identità, ma come costellazione. Non come forma fissa, ma come movimento.
La poesia non sopravvive nonostante la traduzione. Sopravvive attraverso la traduzione.
C'è un'intuizione di Andrea Zanzotto che continua a inquietare e illuminare chiunque si avvicini alla poesia: la poesia nasce e muore nella lingua che l'ha generata. Ogni traduzione è un'altra vita, un'altra ferita, un'altra possibilità. Non un ponte, ma una metamorfosi.
Questa idea non appartiene solo ai libri: vive ogni volta che qualcuno prova a dire l'indicibile, a toccare quel punto in cui la lingua si assottiglia e lascia filtrare il bianco. Ed è esattamente ciò che accade nella ventiseiesima puntata di Felici Pochi, dove Riccardo, Simone e Benedetta ospitano Giulio Zambon per un confronto che non è un'intervista, ma un attraversamento necessario. Se la poesia muore nella sua lingua, allora ogni traduzione è un funerale e un battesimo. Una perdita e un guadagno. Nella puntata, quando si parla di "non detto" e "indicibile", emerge chiaramente che ogni lingua custodisce un proprio silenzio, un proprio modo di tremare. Tradurre significa scegliere quale parte di quel tremore salvare e quale lasciare andare. È un atto di responsabilità, ma anche di libertà. Ogni traduzione è una poesia nuova. Ogni poesia nuova è un nuovo silenzio.
l bianco della pagina come spazio dell'altro
Uno dei momenti più belli della conversazione è quando si parla del bianco della pagina: quel vuoto che non è mancanza, ma spazio per l'altro, per il lettore, per ciò che non può essere detto. Il bianco è la parte della poesia che non appartiene al poeta. È il luogo in cui la poesia smette di essere "mia" e diventa "nostra". È anche il luogo in cui la poesia può essere tradotta, riscritta, reinventata.
Felici Pochi come laboratorio del non detto
La collana di puntate di Felici Pochi non è un semplice podcast letterario: è un laboratorio del non detto. Ogni episodio è un tentativo di avvicinare la letteratura non come oggetto da spiegare, ma come esperienza da condividere. E la puntata con Zambon lo dimostra in modo esemplare: non c'è un intento didattico, non c'è un discorso chiuso. C'è un camminare insieme dentro la fragilità della lingua.
E poi c'è quella scena meravigliosa in cui i Felici Pochi imparano una nuova skill di scrittura: scrivere con la mano non dominante, per ritrovare la goffaggine originaria, la lingua prima, la lingua bambina.
È un gesto che sembra un gioco, ma è un rito iniziatico. È il modo più concreto per capire Zanzotto: la poesia nasce dove la lingua trema.
Infinite lingue, infinite vite della stessa poesia
Zanzotto dice che la poesia nasce e muore nella sua lingua. Ma la puntata mostra che la poesia può rinascere in ogni voce che la attraversa.
Nella voce di chi legge. Nella voce di chi ascolta. Nella voce di chi prova a dire qualcosa e non ci riesce. Nella voce di chi, come i Felici Pochi, apre uno spazio di incontro in cui la poesia non è un monumento, ma un gesto.
La poesia non sopravvive nonostante le traduzioni, le conversazioni, le goffaggini. Sopravvive attraverso di esse. Perché la poesia è sempre un'altra lingua. E ogni lingua è un'altra possibilità di essere umani.
Chi sono Riccardo, Simone e Benedetta di Felici Pochi?
Felici Pochi è un progetto culturale — soprattutto un podcast e un format video — ideato e condotto da tre giovani figure del mondo editoriale e creativo:
Riccardo Pedicone
Ideatore del progetto.
È la voce principale che guida le conversazioni.
Cura l'impostazione editoriale e concettuale del format.
Nei crediti ufficiali è indicato come autore dell'idea e co-conduttore.
Benedetta Barone
Co-conduttrice del podcast.
Porta una sensibilità letteraria e critica molto riconoscibile.
Compare stabilmente in tutte le puntate come parte del trio principale.
Simone Vero
Terzo membro del gruppo.
Co-conduttore e interlocutore nelle discussioni su libri, poesia, immaginazione, musica e cultura contemporanea.
Che cos'è Felici Pochi?
È un luogo di conversazione culturale che usa i libri come pretesto per parlare di ciò che ci attraversa:
letteratura,
poesia,
musica,
immaginazione,
vita quotidiana,
temi esistenziali.
Non è un podcast "sui libri", ma un laboratorio discorsivo dove la cultura diventa un modo per interrogare il mondo.
Dove li trovi?
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