L’uomo prima del prete: una ricerca di interezza nella contemporaneità

12.02.2026

C'è qualcosa di profondamente rivelatore nella storia di Alberto, giovane prete cresciuto all'ombra di un imperativo semplice e terribile: essere bravo. Bravo figlio, bravo adolescente, bravo seminarista, bravo sacerdote. Una traiettoria che, più che un cammino spirituale, somiglia a un esercizio di sopravvivenza emotiva, a una forma di adattamento precoce che molti giovani della contemporaneità conoscono fin troppo bene: intuire l'umore degli altri, modulare la propria presenza, sacrificare il desiderio per non disturbare, per non deludere, per non incrinare l'immagine di sé che il mondo sembra pretendere. 



Eppure, proprio da questa storia così personale, così intima, si apre uno spiraglio per comprendere cosa rappresentino oggi la Chiesa, la figura del Cristo e quella del prete per una generazione che non si riconosce più nelle forme tradizionali della fede, ma che continua ostinatamente a cercare un linguaggio per dire il sacro, un luogo in cui depositare le domande, un volto umano che non sia solo dottrina ma carne, esitazione, contraddizione.

La Chiesa come luogo di tensione, non di risposta

Nella vita di Alberto, la Chiesa non è mai un monolite. È una porta che si apre e si chiude, un'istituzione che accoglie e respinge, un corpo vivo che a volte cura e a volte ferisce. È un luogo in cui la perfezione viene richiesta come condizione d'ingresso, ma in cui le crepe – quelle che lui stesso inizia a sentire nella propria corteccia – diventano paradossalmente il punto da cui filtrano la verità, la libertà, la possibilità di essere interi. Per molti giovani, oggi, la Chiesa è esattamente questo: un'istituzione che non riesce più a essere rifugio, ma che continua a essere un punto di riferimento simbolico, un luogo che si ama e si contesta, che si abbandona e si rimpiange, che si critica e si desidera. Non più un'autorità morale, ma un campo di tensione. Non più un codice di comportamento, ma un territorio di conflitto interiore. La Chiesa, nella contemporaneità, non rappresenta tanto un insieme di regole quanto un grande interrogativo collettivo: cosa significa vivere con autenticità? Come si concilia la fragilità con l'ideale? Come si attraversa il sacro senza tradire se stessi?

Cristo come figura dell'interezza, non della perfezione

La storia di Alberto è anche la storia di un lento, faticoso spostamento: dal Dio che ti vuole impeccabile al Dio che ti vuole intero. È un passaggio che molti giovani percepiscono come necessario, quasi inevitabile: Cristo non come modello irraggiungibile, ma come figura che accoglie la contraddizione, che non teme il dubbio, che non chiede di essere bravi ma di essere veri. In un'epoca in cui la performance è diventata religione, Cristo torna a essere interessante proprio perché non è performativo. Non è l'eroe senza macchia, non è il maestro inflessibile, non è il giudice che misura la coerenza. È un uomo che piange, che si arrabbia, che si ritira nel deserto, che si lascia toccare, che si lascia ferire. È una figura che parla più alla vulnerabilità che alla virtù. Per questo, oggi, Cristo continua a esercitare un fascino sotterraneo: non come dogma, ma come possibilità di riconciliazione con la propria umanità.

Il prete come figura liminale

E poi c'è la figura del prete, che nella storia di Alberto appare in tutta la sua complessità: non un funzionario del sacro, non un custode della norma, ma un uomo che abita una soglia. Un uomo che ascolta i detenuti, i ragazzi dell'oratorio, i pazienti dell'ospedale, un uomo che si lascia interrogare da un bacio improvviso, da un amico che gli chiede se è felice, da un fratello che trova la fede e poi la perde e poi la cerca ancora. Il prete, oggi, è forse proprio questo: una figura liminale, sospesa tra l'istituzione e la vita, tra la dottrina e il mondo, tra la tradizione e il presente. Una figura che non può più essere solo guida, perché nessuno vuole più essere guidato; ma che può essere compagno di strada, presenza fragile, voce che non pretende di sapere ma che osa domandare. E Alberto, anche se un giorno dovesse togliersi la veste, non smetterebbe mai di essere prete proprio perché il suo sacerdozio non è più un ruolo ma una postura: la capacità di stare accanto, di ascoltare, di lasciarsi cambiare dagli incontri.

Una generazione che cerca interezza, non appartenenza

La storia di Alberto parla ai giovani perché non offre soluzioni ma domande. Perché non propone un modello ma un percorso. Perché non pretende di convincere ma di condividere. È una storia che mostra come la fede, oggi, non sia più un'identità ma un movimento; non un'appartenenza ma una ricerca; non un dovere ma un desiderio che emerge dalle fenditure, dalle fragilità, dalle contraddizioni. E forse è proprio questo che la Chiesa, se vuole continuare a esistere, deve imparare: non a essere perfetta, ma a essere intera. Non a essere forte, ma a essere vera. Non a essere maestra, ma compagna. Perché il sacro, oggi, non si manifesta nelle regole, ma nelle crepe. Non nella coerenza, ma nel coraggio di guardare ciò che si incrina. Non nella bravura, ma nella libertà di essere finalmente, profondamente, umanamente sé stessi.


IL LIBRO


«Quando ho messo un piede fuori dal sentiero, non l'ho fatto per ribellione, l'ho fatto per respirare. E per capire che Dio non abita nei tabernacoli d'oro, ma nelle pieghe storte della vita vera».

Per gran parte della sua esistenza, l'unica preoccupazione di Alberto è stata quella di essere bravo. Prima un bravo bambino, poi un bravo adolescente, quindi un bravo seminarista, e infine un bravo prete. E se l'esigenza di risultare così impeccabile avesse finito per schiacciarlo? Dalle primissime ferite dell'infanzia alle estati trascorse nella casa contadina dei nonni, Alberto cresce imparando prestissimo a adattarsi. A intuire l'umore degli altri e comportarsi di conseguenza, mettendo al secondo posto le emozioni. E quando entra in seminario, la buona condotta si fa corazza: preghiere interminabili all'alba, totale aderenza alle regole, quaderni pieni di appunti alla ricerca di una perfezione ascetica. Finché nella corteccia cominciano ad aprirsi le crepe. Ci sono le serate in cui un prete altrettanto giovane gli chiede a bruciapelo se è felice. C'è un'amica dai capelli ramati e un bacio dato d'istinto. Ci sono le porte della Chiesa che a volte si aprono e a volte si chiudono in faccia. Ci sono gli incontri con le persone, tante e diverse: dai detenuti del carcere ai ragazzi dell'oratorio, passando per i pazienti dell'ospedale e un fratello – il suo – che trova la fede, la perde e la rincorre ancora, mostrando ad Alberto che la via per il sacro raramente procede in linea retta. Mentre tutto scorre, Alberto sperimenta modi nuovi per parlare di Dio e soprattutto inizia a farsi delle domande: sul suo ruolo, sulla libertà, su tanto altro. Anche se queste domande rischiano di mettere in discussione ogni cosa e porgli il dilemma più grande della sua vita. In quest'appassionante autobiografia che si legge con il ritmo di un romanzo di formazione e la profondità di un diario spirituale, don Alberto Ravagnani affronta temi e solleva quesiti universali, capaci di toccare ognuno di noi. Come si riconosce un desiderio rimasto troppo a lungo nascosto? E che succede se scopri che Dio non ti vuole perfetto ma intero, comprese le debolezze e contraddizioni? È da queste fenditure, molto più che dalle regole, che prende forma La scelta


Don Alberto Ravagnani (1993) è stato prete della Diocesi di Milano dal 2018. Durante il lockdown ha iniziato a utilizzare i social network per la sua missione di evangelizzazione, raggiungendo milioni di persone. Ha fondato Fraternità, una community che aiuta i giovani ad affrontare i problemi della vita e la Chiesa a nutrirsi di nuovi slanci. Con il suo ministero e le sue attività cerca di calare il Vangelo e i valori cristiani nel pieno della nostra epoca, anche a costo di rimettere in discussione metodi e secolari principi.  



LA COMMUNITY


l messaggio di Fraternità, così composto e ferito, così pieno di pudore e di responsabilità, non è soltanto la reazione a un fatto interno, né la cronaca di una comunità che perde il suo punto di riferimento. È, più profondamente, la fotografia di un sentimento generazionale: quello di giovani che hanno imparato a credere non per imposizione, ma per relazione; non per dottrina, ma per risonanza; non per obbligo, ma per un incontro che ha dato forma alla loro vita.
E quando una guida cade, si dimette, si sposta, si interrompe, ciò che vacilla non è solo l'istituzione, ma la trama emotiva che teneva insieme le persone. È questo che il testo di Fraternità lascia emergere, quasi senza volerlo: la fede come legame, la comunità come casa, il prete come figura umana prima che sacramentale.

Il dolore come segno di un legame reale

Il dolore espresso non è teatrale, non è difensivo, non è polemico. È un dolore che nasce dal fatto che i giovani di oggi, quando scelgono di appartenere a qualcosa, lo fanno con tutto il corpo. Non sono più disposti a vivere una fede di superficie, né a seguire un'autorità solo perché "si deve". Per questo la caduta di una guida non è un incidente amministrativo: è una ferita affettiva. E questa ferita dice molto della generazione che la vive: una generazione che non si accontenta di ruoli, ma cerca volti; che non si affida alle strutture, ma alle relazioni; che non vuole un prete perfetto, ma un uomo vero.

La Chiesa come madre, e come luogo di smarrimento

Nel testo c'è un passaggio chiave: "Non ci sentiamo abbandonati perché la Chiesa è madre". È una frase che appartiene al linguaggio ecclesiale, certo, ma che oggi assume un significato diverso: i giovani non cercano una madre che protegge, ma una madre che accompagna; non una madre che impone, ma una madre che ascolta; non una madre che giudica, ma una madre che resta. Eppure, accanto a questa fiducia, c'è lo smarrimento. La Chiesa, per molti giovani, è un luogo in cui convivono due forze opposte: da un lato la promessa di un senso, dall'altro la fatica di un'istituzione che spesso non sa parlare la loro lingua, non sa accogliere le loro fragilità, non sa stare nelle loro domande. Il testo di Fraternità lo dice con delicatezza, ma lo dice: "È un tempo nuovo, un tempo di discernimento". Che, tradotto, significa: dobbiamo capire chi siamo senza la figura che ci teneva insieme.

Il prete come figura umana, non come funzione

La reazione dei giovani non è contro la scelta di don Alberto, né contro la Chiesa. È una reazione al fatto che il prete, per loro, non è un ruolo ma un volto. Non è un'autorità ma una presenza. Non è un modello di perfezione ma un compagno di strada. E quando un compagno di strada si ferma, si sposta, cambia direzione, la comunità non si sente tradita: si sente chiamata a crescere. È un passaggio antropologicamente interessante: il prete non è più il "sacerdos" separato dal mondo, ma un uomo che vive le stesse tensioni, gli stessi desideri, gli stessi limiti. E proprio per questo è credibile.

La fede come cammino condiviso, non come certezza

Il testo insiste su tre parole: ascolto, confronto, preghiera. Sono parole che non appartengono più alla retorica della certezza, ma alla grammatica della ricerca. I giovani non cercano risposte definitive: cercano spazi in cui poter fare domande senza sentirsi sbagliati. E la comunità, in questo momento, sta dicendo: "Non abbiamo capito tutto, ma restiamo insieme". È una dichiarazione di maturità spirituale rara, preziosa, profondamente contemporanea.

Una generazione che non vuole essere lasciata sola

Il punto più forte del testo è forse questo: "Fraternità resta una casa, forse oggi ferita, forse più silenziosa, ma ancora viva". È la frase che racconta meglio il sentire dei giovani: non vogliono una Chiesa trionfante, ma una Chiesa che sa stare nella ferita. Non vogliono una comunità rumorosa, ma una comunità vera. Non vogliono una guida impeccabile, ma una guida che non abbia paura di essere umana. E soprattutto non vogliono essere lasciati soli. Perché la solitudine è la vera malattia spirituale della contemporaneità.


In fondo, cosa ci dice tutto questo?

Che i giovani non stanno abbandonando la Chiesa: stanno chiedendo alla Chiesa di essere all'altezza della loro umanità. Che non stanno rifiutando la fede: stanno rifiutando le maschere. Che non stanno cercando un prete perfetto: stanno cercando un uomo che sappia restare, anche quando tutto si incrina. E che, forse, proprio da questa ferita – personale, comunitaria, ecclesiale – può nascere una forma nuova di credere: più fragile, più libera, più vera.



C'è qualcosa di profondamente rivelatore nella storia di Alberto, giovane prete cresciuto all'ombra di un imperativo semplice e terribile: essere bravo. Bravo figlio, bravo adolescente, bravo seminarista, bravo sacerdote. Una traiettoria che, più che un cammino spirituale, somiglia a un esercizio di sopravvivenza emotiva, a una forma di adattamento...

Negli ultimi decenni la società ha attraversato una trasformazione radicale che ha inciso in profondità sul modo in cui gli esseri umani vivono l'amore, l'intimità e la relazione. L'avvento della tecnologia digitale ha permeato ogni dimensione dell'esistenza, ridefinendo i ritmi della vita quotidiana, le forme della comunicazione e persino la...