Il futuro tra dieci anni non aspetta: come scegliere oggi i percorsi di studio che reggeranno all’urto dell’Intelligenza Artificiale

16.02.2026

Tra dieci anni il mondo del lavoro non sarà semplicemente cambiato: sarà stato riscritto. Le tecnologie che oggi osserviamo con curiosità – l'Intelligenza Artificiale generativa, la robotica collaborativa, i sistemi autonomidiventeranno infrastrutture invisibili, come l'elettricità o il Wi‑Fi. Chi oggi ha tredici anni entrerà all'università nel 2031 e nel mondo del lavoro nel 2036. In mezzo, un decennio in cui la velocità dell'innovazione supererà quella delle nostre abitudini. È naturale chiedersi: che cosa ha senso studiare oggi? La risposta non è un elenco di professioni, ma una mappa di direzioni. Perché il lavoro del futuro non sarà un mestiere: sarà un ecosistema di competenze, metodo, capacità di adattamento. E soprattutto, sarà ancora – e sempre – una questione di passioni.


Salute, tecnologia e cura: il corpo umano non si automatizza

La sanità sarà uno dei settori più trasformati, ma non più "sostituibili". Secondo l'OCSE, entro il 2035 la domanda globale di professionisti sanitari crescerà del 30%, mentre l'automazione coprirà solo le mansioni ripetitive. I robot entreranno negli ospedali, sì, ma per sollevare pesi, sterilizzare ambienti, supportare diagnosi. A coordinare, interpretare, decidere resteranno le persone.

Percorsi solidi per il futuro:

  • Infermieristica e professioni sanitarie

  • Ingegneria biomedica

  • Biostatistica e analisi dei dati clinici

  • Management sanitario e organizzazione dei sistemi complessi

La salute è un settore che non si delocalizza, non si automatizza completamente, non perde centralità. È un pilastro.

Dati, metodo e decisioni: la bussola nell'era dell'AI

L'Intelligenza Artificiale non elimina la necessità di pensare: la amplifica. Più dati abbiamo, più servono persone capaci di interpretarli.

Secondo il World Economic Forum, entro il 2030 il 60% delle aziende considererà data literacy e statistical reasoning competenze fondamentali, indipendentemente dal settore.

Percorsi che costruiscono menti robuste:

  • Statistica

  • Data science

  • Matematica applicata

  • Economia quantitativa

L'AI accelera tutto, anche gli errori. Per questo servono professionisti che sappiano validare, misurare, distinguere correlazioni da causalità. È una competenza trasversale, che entra ovunque: finanza, sport, sanità, logistica, media.

Cybersecurity e infrastrutture digitali: difendere ciò che non si vede

Più automazione significa più vulnerabilità. Gli attacchi informatici crescono del 15% l'anno (dati ENISA), e nel 2035 ogni ospedale, scuola, azienda sarà un organismo digitale interconnesso.

Percorsi strategici:

  • Cybersecurity

  • Reti e sistemi

  • Cloud engineering

  • Incident response e digital forensics

Chi protegge le infrastrutture digitali protegge la società. È un mestiere che non conosce crisi.

Le ingegnerie del mondo fisico: la realtà non va in cloud

Mentre tutto diventa software, il mondo resta fatto di ponti, turbine, sensori, materiali, robot industriali. La transizione energetica, la manutenzione delle infrastrutture, la robotica applicata richiederanno ingegneri capaci di progettare e mantenere ciò che resta fisico.

Percorsi che non perdono mai valore:

  • Ingegneria elettrica

  • Ingegneria meccanica

  • Ingegneria civile

  • Scienza dei materiali

  • Automazione e robotica

I robot non sostituiscono gli ingegneri: li moltiplicano.

Diritto tecnologico e governance: le regole del nuovo mondo

Ogni tecnologia porta con sé nuove responsabilità. Privacy, algoritmi decisionali, responsabilità delle macchine, contratti digitali: il diritto tecnico sarà una delle professioni più richieste.

Percorsi emergenti:

  • Giurisprudenza con specializzazione in tecnologia

  • Governance dei sistemi digitali

  • Etica dell'AI

  • Regolamentazione dei dati

Chi saprà interpretare le norme del futuro avrà un ruolo chiave nella società.

E tutto il resto? Creatività, turismo, media, sport

Non sono settori "deboli", ma ecosistemi che cambiano forma. La creatività non scompare: si ibrida. Il turismo non si ferma: si reinventa. Lo sport non si automatizza: si potenzia con dati e scienza. Per molti giovani, queste strade funzionano meglio se affiancate da una competenza tecnica o analitica. Un "doppio asse" che dà stabilità.

L'università non deve insegnare strumenti: deve insegnare metodo

Gli strumenti si imparano su YouTube. Il metodo si impara solo attraverso studio, rigore, numeri, responsabilità. Il futuro non premia chi sa usare un software, ma chi sa capire perché usarlo, quando fidarsi, come migliorarlo.

E le passioni? Restano il punto di partenza

Se un ragazzo sogna una fattoria in mezzo al nulla, un laboratorio di robotica, un palco teatrale o un osservatorio astronomico, la direzione è già lì. Il compito degli adulti non è scegliere per loro, ma dare strumenti per scegliere bene. A tredici anni non si deve avere tutto chiaro. A tredici anni serve una visione: sapere che il mondo cambia, ma che esistono strade solide, aperte, ricche di futuro.


In definitiva, ciò che oggi appare come un insieme disordinato di trasformazioni tecnologiche, accelerazioni improvvise e mutamenti strutturali del lavoro, può essere ricondotto a un principio semplice ma decisivo: la formazione dei giovani non deve limitarsi a inseguire le mode del momento o le promesse effimere di settori in rapida espansione, bensì deve fondarsi su un'educazione ampia, metodica e consapevole, capace di fornire strumenti cognitivi solidi, competenze trasferibili e una visione critica che permetta di attraversare con lucidità un mondo professionale che, per sua natura, continuerà a cambiare con una velocità superiore alla nostra capacità di prevederlo.

È per questo che diventa essenziale orientare le nuove generazioni verso percorsi di studio che non solo rispondano alle esigenze del presente, ma che siano in grado di reggere nel tempo, perché radicati in saperi che non si consumano e in metodologie che restano valide anche quando gli strumenti operativi si trasformano; e, allo stesso tempo, diventa altrettanto fondamentale ricordare che nessuna competenza tecnica può sostituire la forza di una passione autentica, la capacità di apprendere continuamente, la disponibilità a rimettersi in discussione e la volontà di costruire un proprio modo di stare nel mondo, indipendentemente dalle traiettorie che la tecnologia deciderà di prendere.

Così, mentre ci interroghiamo su quali professioni esisteranno tra dieci anni e su quali discipline possano offrire maggiore stabilità, dovremmo forse ricordare che il vero compito educativo non consiste nel prevedere il futuro, ma nel preparare persone in grado di abitarlo con intelligenza, responsabilità e immaginazione; e che, in questo senso, ogni scelta formativa diventa un atto di fiducia verso se stessi e verso il mondo, un investimento non solo in un possibile lavoro, ma in una forma di cittadinanza consapevole, capace di contribuire alla costruzione di una società più competente, più equa e più capace di governare le tecnologie che crea.



Il futuro non è un destino da indovinare, ma un territorio da preparare. I giovani che oggi guardano avanti non hanno bisogno di profezie, ma di strumenti: metodo, lucidità, coraggio, capacità di leggere il mondo e di reinventarsi quando serve. Le tecnologie cambieranno, i mestieri muteranno forma, ma resterà intatta la necessità di menti capaci di pensare, di scegliere, di assumersi responsabilità.



A loro dobbiamo offrire una bussola, non una mappa. Una bussola che punti verso le passioni, certo, ma anche verso le competenze che reggono nel tempo, verso i saperi che non si consumano, verso la capacità di costruire senso dentro un mondo che corre.

Tra dieci anni il lavoro sarà diverso. Ma chi saprà unire curiosità e metodo, immaginazione e rigore, resterà sempre al centro della scena. Perché il futuro non premia chi indovina: premia chi si prepara.

Perché il futuro, qualunque forma assumerà, non premierà chi avrà indovinato la professione giusta, ma chi avrà imparato a pensare con rigore, ad agire con etica e a coltivare con costanza quella curiosità che, più di ogni algoritmo, resta il motore inesauribile del progresso umano.



Tra dieci anni il mondo del lavoro non sarà semplicemente cambiato: sarà stato riscritto. Le tecnologie che oggi osserviamo con curiosità – l'Intelligenza Artificiale generativa, la robotica collaborativa, i sistemi autonomidiventeranno infrastrutture invisibili, come l'elettricità o il Wi‑Fi. Chi oggi ha tredici anni entrerà all'università nel...