Il confronto autentico: ferita, fondamento, fioritura

25.10.2025



In un tempo che privilegia la diplomazia sterile e la cortesia anestetica, il confronto autentico appare come un atto radicale. Non è solo dialogo: è collisione, è rischio, è esposizione. È il momento in cui la parola smette di essere ornamento e torna ad essere lama, o balsamo. A volte entrambe. Il confronto vero non è necessariamente gentile. Può essere aggressivo, disarmante, persino brutale. Ma proprio in questa intensità si rivela la sua forza emotiva: quella capacità di scardinare le difese, di costringere l'identità a rivedersi, di generare una frattura da cui può nascere qualcosa di nuovo. Non è la violenza che lo definisce, ma la sincerità. E la sincerità, quando è radicale, non è mai comoda.



La dualità dell'umano: punizione e luce

Ogni essere umano porta in sé una doppia possibilità: quella di ferire e quella di guarire. La parola può essere punitiva, corrosiva, distruttiva. Ma può anche essere solare, risolutiva, generativa. Questa dualità non è un difetto: è la condizione stessa della libertà. Solo chi può fare male può scegliere di fare il bene. Solo chi può distruggere può decidere di costruire.

Il confronto autentico ci mette davanti a questa scelta. Ci costringe a riconoscere la nostra ombra, ma anche la nostra capacità di illuminare. Ci obbliga a prendere posizione, non solo verso l'altro, ma verso noi stessi. E in questo atto di scelta, si manifesta la nostra autodeterminazione.


Crescita come attraversamento del conflitto

Non si cresce evitando il conflitto. Si cresce attraversandolo. Il confronto autentico è il laboratorio della trasformazione: lì dove le convinzioni si incrinano, dove le emozioni si accendono, dove la vulnerabilità diventa forza. È nel momento in cui ci sentiamo messi in discussione, persino attaccati, che possiamo scegliere di reagire non con chiusura, ma con apertura. La crescita non è sempre lineare. È fatta di rotture, di crisi, di vertigini. Ma ogni vertigine è anche una soglia. E il confronto autentico è quella soglia che ci invita a diventare altro, a diventare di più.


La dignità del dissenso

In un mondo che teme il conflitto, il confronto autentico è un atto di dignità. È il riconoscimento che l'altro merita la verità, anche quando fa male. È la fiducia che da quella verità possa nascere qualcosa di più grande. È il coraggio di non proteggersi dietro il silenzio, ma di esporsi, di rischiare, di trasformarsi. Perché solo chi ha attraversato il fuoco del confronto può davvero dire di essere diventato sé stesso.



Perché l'umano non è separabile. Perché la salvezza, se esiste, non è una sterilizzazione del male, ma un attraversamento; e l'ho già detto e ribadito più e più volte. Perché la filosofia – quella vera, non quella consolatoria – ci insegna che il bene e il male non sono poli opposti, ma tensioni coessenziali. Non si vuole giustificare il male, ci mancherebbe, ma spiegarlo perché lo si riconosce come parte costitutiva dell'esperienza umana. Non esiste grandezza che non abbia sfiorato l'abisso. Non esiste purezza che non abbia avuto bisogno di negare qualcosa per esistere. La tragedia greca lo sapeva: l'eroe è sempre anche colpevole. La filosofia cristiana lo sapeva: il peccato originale non è un errore da correggere, ma una condizione da abitare.
La psicoanalisi lo sa: il desiderio non è mai innocente. La poesia lo sa: ogni verso nasce da una ferita. Accade quindi perché l'essere umano non è un organismo lineare. È un impasto di forze incompatibili che convivono nello stesso corpo senza mai fondersi né annullarsi. La bellezza non elimina il danno, la colpa non cancella la grandezza, il bene non estingue il male: coabitano perché sono prodotti della stessa origine, della stessa energia che crea e distrugge, che costruisce forme e genera ferite. L'uomo non è progettato per la purezza, ma per la complessità. Ogni gesto creativo nasce da una tensione, non da un equilibrio. Ogni visione nasce da una frattura, non da una serenità. Ogni opera autentica porta con sé la traccia di ciò che l'ha resa possibile: desiderio, ossessione, limite, ombra. Siamo questo una immensa dualità. Accade perché la vita non funziona per esclusione, ma per stratificazione. Ciò che l'uomo fa di grande e ciò che l'uomo fa di terribile provengono dalla stessa sorgente psichica, dallo stesso nucleo di potenza che può orientarsi in direzioni opposte senza smettere di essere sé stesso. Accade, infine, perché l'umano non è un enigma da risolvere, ma una contraddizione da sostenere. E ogni volta che proviamo a separare ciò che è intrecciato, finiamo per mentire sulla natura stessa della nostra specie. 

Abel Gropius



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