Nel corso del tempo, la scrittura ha subito un'evoluzione che riflette i cambiamenti culturali, educativi e tecnologici della società. Tuttavia, in questa trasformazione, uno degli aspetti fondamentali dell'educazione di base rischia di essere trascurato: la qualità della scrittura a mano. Troppe volte, infatti, la calligrafia viene vista come...
Gaza e la Lanterna di Nietzsche: la fine dell’umano alla luce del giorno
C'è un uomo che corre in un mercato, in pieno giorno, con una lanterna accesa. Grida: "Cerco Dio! Cerco Dio!" La gente ride. Lui allora si arresta, fissa i presenti, li trapassa con lo sguardo, e dice: "Dio è morto. E noi lo abbiamo ucciso. Voi e io. Siamo noi tutti i suoi assassini".
– Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza

La lanterna accesa sotto il cielo di Gaza
La scena evocata da Nietzsche nel 1882 – l'uomo folle che cerca Dio in pieno giorno, nel cuore di un mercato distratto – è oggi una fotografia del nostro presente. Ma non c'è più nessuno a gridare. La lanterna, accesa in una luce che è già giorno, non è più un paradosso poetico, ma l'ultima disperata testimonianza di una ricerca che ha cessato di interrogare il senso.
Gaza è, in questo orizzonte, molto più che una catastrofe umanitaria o un fallimento politico. È la rivelazione cruda della trasformazione del senso stesso di umanità. Non c'è solo morte, ma indifferenza verso la morte. Non solo violenza, ma normalizzazione della violenza. Non solo deicidio, ma antropicidio: l'uccisione del principio umano nell'uomo stesso.
Nietzsche non parlava solo di Dio. Parlava di un ordine di senso. Parlava di ciò che regge l'umano nella sua forma più radicale: la responsabilità verso l'altro, la compassione, la memoria del sacro. Oggi quell'ordine è dissolto. Gaza è testimone di questo: non della morte di Dio, ma della morte della domanda su Dio. Non la colpa del deicidio, ma il vuoto lasciato dal suo oblio.
L'Occidente post-nietzscheano: l'era dell'inavvertenza
La profezia di Nietzsche non era l'annuncio di un evento, ma la diagnosi di una condizione. All'epoca, riguardava pochi spiriti tragici. Oggi, è diventata condizione di massa: lo spazio mentale e spirituale dell'Occidente si è svuotato di ogni trascendenza significativa.
Non c'è più tragedia, perché non c'è più coscienza della perdita. La frase "Dio è morto" non scandalizza più. Non ferisce, non interroga. È solo una citazione da manuale, ripetuta senza eco. Si è arenata la ricerca di Dio e si è estinta perfino la colpa per la sua uccisione. Dio, semplicemente, non interessa. È irrilevante.
Questo slittamento non ha lasciato il posto al nulla, ma a una nuova idolatria: quella dell'efficienza, della tecnica, del consumo, dell'individuo come sovrano autoreferenziale. Il mondo è diventato leggibile solo attraverso l'utile, e Gaza – come ogni dolore "non strategico" – scivola ai margini del pensabile.
La filosofia e la teologia: testimoni assenti
Di fronte a questa condizione, la filosofia e la teologia del Novecento hanno spesso abdicato al loro compito primario: non quello di "spiegare il mondo", ma di ascoltare la ferita del mondo. Ci sono state eccezioni, è vero. Pavel Florenskij, Simone Weil, Martin Heidegger, Emmanuel Levinas – pensatori che hanno saputo restare sotto la lanterna di Nietzsche, senza spegnerla, anche a costo della follia o del martirio interiore.
Ma nel complesso, la filosofia ha scelto la via dell'astrazione, della tecnica del pensiero, della specializzazione sterile. La teologia, d'altro canto, ha spesso finto che nulla sia accaduto, che la "morte di Dio" fosse solo una fase del pensiero moderno, e non una catastrofe epocale. In entrambi i casi, ha prevalso una forma di finzione d'inavvertenza – l'elusione sistematica della domanda su ciò che ci costituisce.
E mentre accadeva tutto questo, mentre i pensatori si ritiravano nei loro laboratori, l'uomo moriva a cielo aperto – sotto le bombe, nei mari, nei campi, nei margini.
A che punto siamo?
Siamo dopo Nietzsche, ma senza averlo attraversato. Siamo in un mondo dove non si grida più "Cerco Dio!", ma nemmeno si ascolta il silenzio che la sua assenza ha lasciato.
La crisi non è più spirituale, è ontologica. È la crisi dell'essere stesso, dell'umano nell'uomo. Gaza, come ogni luogo del dolore disumanizzato, ci costringe a questa domanda: cosa resta dell'uomo quando viene sottratta ogni traccia del sacro?
La risposta, se c'è, non verrà dai mercati, né dalle ideologie. Forse potrà venire solo da una nuova ferita di coscienza, da chi saprà ancora camminare con la lanterna accesa – non per cercare Dio, ma per illuminare ciò che resta dell'uomo, dopo Dio.
Gaza non è solo una tragedia, è un giudizio
Nietzsche non condannava l'uomo per aver ucciso Dio. Lo chiamava a rendersene conto. Oggi, ciò che manca è proprio questa coscienza. Gaza, con il suo dolore senza volto, è il grido muto dell'umanità che sopravvive senza senso.
Finché continueremo a scrollarci di dosso quel grido, a chiamarlo "politica", "equilibrio strategico", "interesse nazionale", rimarremo dentro la caverna dell'inavvertenza. E la lanterna dell'uomo folle – forse l'ultima fiamma dell'umano – continuerà ad ardere inutilmente, alla luce di un giorno che non vede più.
Nietzsche non sta semplicemente dicendo che "Dio non esiste". Sta annunciando qualcosa di molto più radicale:
La fine di Dio come fondamento dei valori, della morale e del senso dell'esistenza nella cultura occidentale.
C'è un momento nella vita in cui ci si volta indietro e si comprende che il vero fardello non sono state le sfide affrontate, ma i silenzi taciuti. Non le sconfitte, ma le volte in cui abbiamo preferito compiacere piuttosto che essere autentiche. L'educazione, la società, i modelli culturali ci hanno spesso insegnato che la donna "perbene" deve...
C'è un uomo che corre in un mercato, in pieno giorno, con una lanterna accesa. Grida: "Cerco Dio! Cerco Dio!" La gente ride. Lui allora si arresta, fissa i presenti, li trapassa con lo sguardo, e dice: "Dio è morto. E noi lo abbiamo ucciso. Voi e io. Siamo noi tutti i suoi assassini".