
Figli del disamore: il fallimento silenzioso di una generazione
SCRITTO DA ABEL GROPIUS SU EDITORIALE
C'è una verità che molti preferiscono ignorare: i mostri non nascono dal nulla. I mostri li creano altri mostri. Li genera l'assenza, il disinteresse, la superficialità travestita da affetto. Li genera una genitorialità che non educa, non ascolta, non forma. E li alimenta una scuola che troppo spesso non insegna, non protegge, non vede.
Il bullismo non è un incidente. È il sintomo di una società che ha smesso di interrogarsi su cosa significhi davvero crescere un essere umano. È il prodotto di famiglie che mettono al mondo figli come si acquista un bene, senza chiedersi se si è pronti a custodirlo. È il risultato di adulti che non sanno più comunicare, che confondono il bisogno con il benessere, che non chiedono mai ai propri figli come stanno, ma solo cosa vogliono.
Chi ha subito bullismo lo sa: non si dimentica. Non si supera. Si convive. Le ferite dell'infanzia non si rimarginano, si stratificano. E più si è piccoli, più quelle ferite diventano profonde, radicate, silenziose. Si piange, anche se si è forti. Si prova vergogna, anche se si è intelligenti. Si resta soli, anche se si è capaci di pensare.

Uno sguardo che non chiede pietà, ma verità. Un volto che non cerca consolazione, ma giustizia. Ogni dettaglio racconta ciò che molti non hanno voluto vedere: la solitudine, la rabbia, la lucidità precoce di chi è stato lasciato solo troppo presto. Questa immagine non consola. Interroga. E non smette di farlo.
Abel Gropius
Ma c'è un punto in cui la vergogna si trasforma in parola. In denuncia. In lucidità.
A una certa età, magari ci si libera dalle angosce che ti hanno accompagnato lungo tutta una vita e si può finalmente dire: "Io ho subito bullismo. E non mi vergogno più". Perché il dolore non è debolezza. È memoria. È testimonianza. È forza".
E allora questo articolo non è solo un racconto. È un monito.
A quei genitori che non ci sono mai stati. A quei figli cresciuti nel privilegio ma privi di ogni interesse. A quegli insegnanti che hanno smesso di insegnare e hanno iniziato a recitare. A quelle istituzioni che parlano di educazione ma non la praticano.
Essere genitori non è un diritto. È una responsabilità. Significa amare, educare, formare. Significa esserci, ascoltare, correggere. Significa insegnare il rispetto, non solo pretendere l'obbedienza. Significa accettare la complessità di un figlio, non ridurlo a un'estensione del proprio ego. E se non si è pronti a fare tutto questo, allora non si è pronti a generare vita.
La scuola, dal canto suo, dovrebbe essere il luogo della protezione. Della crescita. Della differenza. E invece troppo spesso diventa il teatro della violenza, del conformismo, dell'indifferenza. I docenti non sono solo trasmettitori di contenuti. Sono testimoni di umanità. E se non sanno insegnare nulla, allora non dovrebbero insegnare nulla.
Viviamo in un tempo in cui la comunicazione è ovunque, ma il dialogo è assente. In cui i figli parlano, ma nessuno li ascolta. In cui i genitori comprano, ma non educano. In cui la scuola certifica, ma non forma. E allora sì, oggi può solo andare a peggiorare. Se non si cambia rotta. Se non si torna a chiedersi: Cosa significa davvero crescere un figlio? Cosa significa davvero essere presenti? Cosa significa davvero educare alla dignità, alla sensibilità, alla differenza?
Perché ogni bambino bullizzato è una sconfitta collettiva. Ogni silenzio adulto è una complicità. Ogni ferita non riconosciuta è una condanna.
Ma ogni parola che rompe il silenzio è un atto di giustizia. Ogni testimonianza è un seme. Ogni monito è una possibilità.
Che questo testo sia tutto questo. Un seme. Un atto. Una possibilità.
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