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“Deriva”: una categoria critica per ripensare la soggettività contemporanea
IN AWARENESS
scritto da Anselmo Di Bella
Di fronte alla crisi delle categorie stabili dell'identità, alla dissoluzione dei paradigmi normativi e alla proliferazione delle esperienze soggettive, la "deriva" si impone come concetto chiave per interpretare le nuove configurazioni del sé. Ambiguo, polisemico, radicale, il termine richiama un movimento che è insieme perdita e possibilità, dispersione e invenzione.
Una parola che fluisce
La scelta della parola deriva come asse concettuale non ha alcuna funzione puramente denotativa. Al contrario, essa intende evocare un campo semantico vasto, aperto, allusivo. Scaturisce da una necessità epistemologica: quella di disporre di un concetto capace di indicare i movimenti della soggettività contemporanea senza irrigidirli in categorie stabili, senza definirli con i ferri arrugginiti della normatività.
Etimologicamente, deriva discende dal latino derivare, "condurre fuori dal fiume", deviare, ma anche "trarre, dedurre, avere origine". È una parola che nasce dall'acqua, dal suo scorrere, e porta in sé la tensione ambivalente tra origine e dispersione. Il suo legame con il greco rèin (scorrere) e con il sanscrito sràvati (fluisce) la radica in una genealogia del movimento, dell'instabilità, del passaggio. E in questo movimento – né teleologico né caotico – si iscrive una possibilità critica: pensare la soggettività non più come identità stabile, ma come flusso, come processo, come continua riconfigurazione.
Deriva come dispositivo critico
Nel lessico scientifico, deriva designa fenomeni oggettivi, regolati da leggi: la deriva dei continenti, la derivata matematica. Ma nel linguaggio delle scienze umane, il termine si carica di una valenza più ambigua, più perturbante: indica un mutamento identitario, una dislocazione psichica, una trasfigurazione dell'esperienza. In questo senso, la deriva può essere patologica o creativa, regressiva o sovversiva, melanconica o liberatoria.
Proprio per la sua ambivalenza semantica, il concetto di deriva si presta a diventare una categoria critica, un prisma attraverso cui leggere fenomeni altrimenti imprendibili: la depressione non come deficit, ma come mutamento dello sguardo; l'angoscia non come disfunzione, ma come sintomo di una sensibilità in rottura; la noia non come vuoto, ma come potenziale di dis-identificazione.
Una genealogia situazionista e postmoderna
Il termine deriva non nasce oggi. La sua fortuna filosofica e politica ha attraversato decenni. Nei testi dei situazionisti – in particolare nella pratica della dérive proposta da Guy Debord – essa indicava una forma di erranza urbana, un vagabondaggio intenzionale per sottrarsi alla pianificazione capitalista dello spazio e del tempo. Era una prassi critica, una "pedagogia del disorientamento" che preludeva a una reinvenzione dell'esperienza.
Ma anche nelle filosofie postmoderne – da Lyotard a Deleuze e Guattari – il concetto di deriva ricorre come figura del pensiero nomade, del desiderio che evade ogni cattura, della soggettività rizomatica che rifiuta radici e centri. È nella flânerie baudelairiana, nell'attenzione di Benjamin per l'esperienza dispersa, nei percorsi etici di Foucault attorno alla parresìa e alla libertà del cinico, che la deriva assume una forza insurrezionale: quella di rompere l'ordine del discorso e della norma.
Oltre i confini disciplinari: pensare per problemi
Adottare deriva come chiave di lettura implica anche un rifiuto del sapere disciplinare come sistema chiuso. Il sapere, ci ricorda Foucault, non nasce dalle discipline ma dai problemi. Pensare la soggettività attraverso la lente della deriva significa rinunciare alla pretesa di stabilire verità ultime, e accettare invece la complessità dei fenomeni affettivi, delle configurazioni psichiche, delle esperienze corporee. In questo senso, la deriva è anche una metodologia: un'erranza teorica che attraversa campi diversi – psicoanalisi, antropologia, filosofia, estetica, neuroscienze – senza fissarsi in nessuno. È una forma di libertà epistemica, ma anche una responsabilità critica: quella di non cedere alla semplificazione, di non ridurre la sofferenza a disfunzione, di non etichettare l'eccentricità come malattia.
Per una politica della soggettività
Infine, deriva è un gesto politico. In un'epoca segnata dal controllo dei corpi, dalla sorveglianza degli affetti, dalla standardizzazione delle emozioni, ogni deviazione, ogni eccentricità, ogni flusso irregolare della soggettività può diventare atto di resistenza. La deriva non è solo ciò che sfugge: è anche ciò che sfida, che disorganizza, che reinventa.
In questo senso, una "politica della deriva" potrebbe consistere nel valorizzare le forme non conformi dell'esistenza, le passioni tristi, gli stati liminali*, i disallineamenti dell'io. Non per celebrare la sofferenza, ma per riconoscere la sua potenza trasformativa. Perché la deriva, alla fine, non è solo dispersione: è anche possibilità di una nuova origine, di un nuovo inizio. Di un altro modo di essere.
Scegliere deriva come parola-chiave non è solo un'operazione linguistica: è un atto teorico e politico. Significa prendere sul serio l'instabilità delle soggettività, rifiutare i recinti disciplinari, attraversare le frontiere del sapere per restituire dignità alla complessità dell'esperienza umana. In un mondo che ci vuole lineari, definiti e performanti, la deriva è il nostro diritto di essere mutevoli, vulnerabili, imprevedibili.
*Il termine "liminale" deriva dalla parola latina "limen", che significa "soglia". Questi luoghi possono essere interpretati come territori della mente umana che si trovano al confine tra la veglia e altri stati di coscienza, evocando una sensazione di transizione o di interregno.
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