L'arte contemporanea vive in un paradosso. Da un lato proclama libertà, sperimentazione, rottura dei canoni; dall'altro si muove dentro un sistema rigidamente codificato, dove il valore di un'opera non nasce dalla sua forza intrinseca, ma dal percorso che compie attraverso esposizioni, critiche, collezioni e retrospettive. È un sistema che premia...
Le vele al vento della Freedom Flotilla: il sogno che parla di libertà
Forse non arriveranno a Gaza. Forse resteranno un gesto, un simbolo.
Ma anche i simboli nutrono l'anima dei popoli. Anche i sogni possono diventare radici che nessuna bomba può estirpare. Chi è imprigionato, guarda spesso all'orizzonte. Spera. Immagina. Quelle barche sono questo: un sogno. Un sogno fragile eppure necessario, che ha a che fare con la libertà. E anche se il vento non le spingerà fino al porto di Gaza, esse continueranno a gonfiare il cuore di chi, in ogni parte del mondo, non vuole smettere di credere che la giustizia – prima o poi – troverà la sua strada.
Molti amici mi hanno chiesto cosa penso della Freedom Flotilla. Prima di rispondere, sento il bisogno di fare una premessa: detesto le polarizzazioni. Non mi appartiene l'atteggiamento di chi si crede unico detentore del Verbo, di chi si pone come protagonista assoluto. La questione palestinese non ha bisogno di questo. Non ha bisogno di leader improvvisati o di primedonne che si erigano a giudici. La questione palestinese è già di per sé luce che abbaglia, ferita che brucia, memoria che non si cancella. Noi, che la osserviamo e in qualche modo vi ruotiamo attorno, non siamo che comparse: più o meno importanti, più o meno informate, più o meno utili. Eppure ci sono diversi piani, intrecciati e apparentemente contrastanti, che meritano di essere guardati con lucidità e cuore aperto.
Rossella Ahmad

La resilienza e la resistenza
Il primo piano è quello della resilienza – o meglio, del sumud, termine arabo che significa restare, radicarsi, rifiutare lo sradicamento. È la capacità di sopportare l'insopportabile, di rimanere nella propria terra come un albero ostinato che affonda radici sempre più profonde, anche quando il vento soffia con rabbia per strapparlo via.
Accanto ad essa, c'è la resistenza. Una parola che vibra di dignità e che racchiude il cuore stesso della lotta palestinese. Resistere significa combattere, difendere le proprie radici, sacrificarsi se necessario, tentare persino l'impossibile pur di restare fedeli a una patria che non si vuole abbandonare. Al-Muqawwama al-Mustamirra: la resistenza continua, fino alla liberazione.
Questi due piani non appartengono a noi, spettatori e solidali. Essi sono il destino, il fardello e al tempo stesso la forza del popolo palestinese.
Il sostegno internazionale: l'onere che ci riguarda
Ma c'è un terzo piano, quello del sostegno internazionale, che ci interpella direttamente. Non si tratta di compatire, non si tratta di una solidarietà annacquata. Si tratta di riconoscere l'ingiustizia storica subita da un popolo innocente e di affermare la legittimità della sua resistenza.
Oggi, però, non siamo in tempi ordinari. Siamo in tempi di genocidio.
Da settecento giorni un popolo imprigionato resiste sotto le bombe, nella fame, nella sete, nella privazione di ogni diritto. Eppure resiste. Miracolosamente, eroicamente, infliggendo perfino perdite a chi lo opprime, nonostante la sproporzione di forze, nonostante l'isolamento.
Ecco perché il sostegno non è un optional. È un dovere etico, umano, universale.
Ognuno a modo suo. Con una donazione, una manifestazione, una parola detta al momento giusto, una bandiera mostrata, un post condiviso, un rifugiato accolto, un orfano sostenuto. Nulla è risolutivo, ma tutto è parte di una rete invisibile che tiene viva una speranza.
Le piccole barche della libertà
Ed eccoci alle barche. La Freedom Flotilla non è una soluzione pratica. Non lo è mai stata, almeno non finora. Dal 2010 a oggi, nessuna di quelle barche è mai riuscita a raggiungere davvero Gaza: sempre intercettate, sequestrate, fermate da atti di pirateria, in un caso persino con la morte dei volontari a bordo.
Eppure, il loro valore simbolico è enorme.
Quelle vele al vento rappresentano il mondo che rifiuta di tacere, che non si rassegna a guardare in silenzio. Sono un pugno nello stomaco per l'entità che perpetua la violenza, un modo per ricordarle che la verità non può essere sepolta.
Quando quelle barche prendono il largo, non mettono a riposo le altre forme di lotta. Al contrario, danno slancio, si intrecciano con le manifestazioni, con i cortei, con l'attivismo dei campus, con ogni piccola goccia di resistenza quotidiana.
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